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RAVENNA

Gli “amici” di Balla davanti al giudice. Una mamma in lacrime in tribunale

Interrogati i quattro accusati dell’omicidio volontario del 18enne Matteo Ballardini. In due scelgono di non rispondere alle domande, gli altri raccontano la serata dell’orrore

di FEDERICO SPADONI

16/06/2018 - 13:54

Gli “amici” di Balla davanti al giudice. Una mamma in lacrime in tribunale

Matteo Ballardini

RAVENNA. Sono comparsi tutti davanti al giudice, a un’ora di distanza l’uno dall’altro, senza incontrarsi. Per Beatrice Marani, Leonardo Morara, Simone Giovanni Palombo e Ayoub Kobabi, i quattro ragazzi arrestati con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato per la morte di Mateo Ballardini, ieri è stato il giorno dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti. A oltre un anno dalla morte del 18enne di Lugo per overdose da metadone, antidepressivi e cannabinoidi, si sono trovati a dovere ripercorrere le tappe della notte dell’orrore tra l’11 e il 12 aprile 2017, attraverso le domande del procuratore capo Alessandro Mancini e al sostituto procuratore Marilù Gattelli.

La madre della 22enne in lacrime

La prima ad arrivare in tribunale, scortata dalla polizia penitenziaria del carcere femminile di Forlì, è stata la 22enne, difesa dall’avvocato Fabrizio Capucci. La sua posizione nella vicenda è quella attaccata più duramente dall’ordinanza di custodia cautelare vergata dal gip, descritta come «manipolatrice», con una personalità «disturbante e menzognera». Entrando il suo sguardo si è incrociato con quello della madre, presente nei corridoi del palazzo di giustizia. Quest’ultima le ha buttato un bacio appena prima di scoppiare in lacrime dietro la porta dell’aula che le ha separate.

La ragazza si è avvalsa della facoltà di non rispondere ed è il suo legale a descriverla come «consapevole della gravità di quanto successo e rimasta sconvolta dall’accaduto». Già dai giorni seguenti, a indagini in corso da parte della polizia di Stato non è più tornata a Lugo. Da inizio luglio 2017 è stata ricoverata in clinica, poi affidata in una comunità. La stessa dove, mercoledì mattina gli uomini della Squadra Mobile l’hanno prelevata per portarla in carcere. Proprio sul suo percorso di disintossicazione fa leva l’istanza di scarcerazione presentata dal legale, affinché la giovane venga riaffidata alla comunità. Richiesta avvalorata da una relazione della direttrice del centro di recupero, che attesterebbe i progressi avuti fin’ora, insistendo per il rilascio della giovane e i riaffido al progetto di disintossicazione. Ora saranno i pm a doversi pronunciare, prima della decisione del giudice.

Gli altri del gruppo

Mentre anche il 22enne Simone Giovanni Palombo, difeso dall’avvocato Raffaele Coletta, ha preferito non rispondere alle domande, è stato il 28enne Leonardo Morara, difeso dall’avvocato Pierluigi Barone, a raccontare i fatti ripercorrendo le dichiarazioni rilasciate alle forze dell’ordine il giorno stesso della morte. Ha raccontato di quando, attorno alle 15 del 12 aprile di un anno fa, tornò nel parcheggio di via San Giorgio, dove alcune ore prima i quattro avevano lasciato Matteo - “Balla” - chiuso nella Volkswagen Polo della madre, col telefonino spento per evitare ulteriori chiamate dei genitori, e una crisi da overdose in corso.

Una crisi che l’ultimo dei quattro giovani arrestati, il 24enne Ayoub Kobabi, difeso dall’avvocato Nicola Laghi, ha descritto come difficile da riconoscere. È stato quest’ultimo a spiegare davanti al giudice che non conosceva personalmente gli altri e che si trovava lì solo perché quella sera si era ritrovato a fumare con Palombo. Ha anche ribadito il tentativo di convincere la ragazza a portare “Balla” al pronto soccorso, salvo poi desistere pensando che «in un paio d’ore si sarebbe ripreso». Anche perché, ha precisato, «il ragazzo sembrava addormentato», e gli era stato detto che quella reazione alla fin fine era normale e «già vista».

Solo il giorno dopo, insomma, tutti quanti si sarebbero trovati di fronte all’evidenza più terribile. Un epilogo che invece per il giudice che ha disposto l’arresto con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato, è stato determinato proprio dalla decisione del gruppo di fare di tutto, tranne che chiamare i soccorsi per l’amico che stava morendo.

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