RAVENNA

Cagnoni: «Mi vedo uscire dal corpo». Ma la Corte nega ancora i domiciliari

Rigettata la richiesta di scarcerazione con applicazione del braccialetto elettronico al medico accusato per l'omicidio della moglie

12/05/2018 - 12:04

Cagnoni: «Mi vedo uscire dal corpo». Ma la Corte nega ancora i domiciliari

RAVENNA. Al termine dell’istruttoria dibattimentale Matteo Cagnoni torna a chiedere la scarcerazione e l’applicazione dei domiciliari con braccialetto elettronico per motivi di salute. «Oltre agli attacchi di panico, che si sono moltiplicati, si sono aggiunti episodi allucinatori e fenomeni di depersonalizzazione. Mi vedo uscire dal mio corpo, quando sono a letto, mi vedo nel letto». Richiesta rigettata dalla Corte d’assise presieduta dal giudice Corrado Schiaretti (a latere Andrea Galanti) dopo che sia i legali di parte civile (gli avvocati Giovanni Scudellari per la famiglia Ballestri, Enrico Baldrati per il Comune di Ravenna, Cristina Magnani per Linea Rosa, Sonia Lama per l’Udi e Antonella Monteleone per l’associazione Dalla parte dei minori) che il sostituto procuratore Cristina D’Aniello avevano espresso parere negativo. Il pubblico ministero in particolare aveva ravvisato ragioni ostative all’alleggerimento della misura cautelare e riprendendo la frase pronunciata da Cagnoni quando a inizio anno, per la medesima istanza, si definì “ai piedi di Cristo”, ha commentato che «ai piedi di Cristo ci si pente». Frase alla quale l’imputato ha cercato di ribattere «mi pare che quella del pubblico ministero sia istigazione al suicidio» prima che Schiaretti gli togliesse la parola: «Non sono ammesse repliche».

Tensione in tribunale

Pur senza raggiungere le scintille registrate la scorsa udienza, quindi, nell’ambito del processo che vede il dermatologo 53enne accusato dell’omicidio della moglie Giulia Ballestri da cui si stava separando anche ieri le frizioni non sono mancate. Dopo le ultime testimonianze di dettaglio, il medico ha chiesto la parola per rilasciare spontanee dichiarazioni che hanno assunto le vesti di un accorato appello ai giudici. «Sono arrivato al lumicino, sono fuori di me, ho fenomeni cognitivi che mi stanno devastando e che mi portano a vivere questa carcerazione con una grande sofferenza. Gli psichiatri che mi hanno visitato hanno constatato che questa forma (dissociativa, ndr), se associata agli attacchi di panico, pur essendo una patologia benigna ha prognosi sfavorevole perché non consente un recupero totale della sintomatologia. I domiciliari sicuramente mi porterebbero a stare molto meglio, anche perché ci vuole poco rispetto ad ora». Cagnoni si affida «all’umanità» dei giudici facendo leva su una maggiore «compostezza» dopo i due episodi in aula «in cui ero stato giustamente ammonito» per motivare la sua richiesta. «Mio fratello si occuperebbe della mia sussistenza, la casa è la stessa, da uomo non di legge credo che siano venute meno tutte le ragioni per mantenere questa misura. Per reiterare il reato dovrei essere poligamo, stando chiuso in casa poi non avrei nemmeno modo di arrabbiarmi. Non è mia intenzione darmi alla macchia. Soffro pensando a mia madre che è malata e che non vedo da mesi e nel frattempo si è ammalato anche mio padre». Ma il pensiero principale è rivolto ai figli. «Uno di loro mi ha fatto pervenire un messaggio, “dì a Giovanni (l’avvocato difensore, ndr) che si impegni il più possibile così torniamo insieme. Non preoccuparti di quello che dicono, tu sarai sempre il numero uno”». Messaggio a cui è seguita una stoccata polemica. «Questo bambino che hanno fatto costituire parte civile, parafrasando Nietzsche direi che siamo al di là del bene e del male». «Noi non chiediamo la libertà ma un adeguato meccanismo contenitivo come previsto dalla legge in una casa nel centro storico di una città molto attenta se dovesse vedere in giro il dottor Cagnoni e con il braccialetto elettronico che trova però sempre una certa resistenza», ha sostenuto il legale Giovanni Trombini motivando l’istanza come richiesta non solo di «umanità ma anche di civiltà giuridica». D’altronde, ha spiegato, «l’omicidio del coniuge non è ripetibile, come l’inquinamento probatorio in un processo ormai verso la conclusione e il pericolo di fuga. Anche assumendo l’ipotesi che abbia commesso l’omicidio della moglie, che non ammettiamo, se fosse voluto fuggire avrebbe avuto tempo e modo di farlo nel settembre del 2016 anziché scappar per campi per un attacco di panico. Occorre domandarsi se merita ancora di rimanere in carcere».

Il rigetto della Corte

Sì ad avviso della Corte e di tutte le altre parti. «La gravità indiziaria granitica si è ulteriormente rafforzata nel corso dell’istruttoria e la gravità indiziaria ci dice che l’aggressività è tale che integra anche il pericolo di reiterazione – sostiene il pm –. Ancora una volta si è voluta ridurre la vittima nel ruolo di coniuge che si è voluto cucirle addosso per l’eternità. Ma il reato è l’omicidio di una persona, non del ruolo. Il rischio di reiterazione permane, come permane il pericolo di fuga, non dimentichiamo che la domenica Cagnoni era all’aeroporto di Bologna non per comprare un orologio, e di inquinamento probatorio». Il riferimento è alle lettere iniziali in cui si ventilava la presenza di un teste che avrebbe visto la moglie vita. «Un testimone oculare – ha chiosato il sostituto procuratore – che sto ancora aspettando».

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