RAVENNA

Le verità di Musca davanti ai giudici: «Mio figlio eseguiva i miei ordini»

A processo per bancarotta. Arriva il giorno della deposizione per l'ex vicesindaco ravennate, nel processo che lo vede imputato con due familiari

Le verità di Musca davanti ai giudici: «Mio figlio eseguiva i miei ordini»

RAVENNA. «Il ruolo di mio figlio nel gruppo è documentato e comprovato. Lui era il responsabile della sola gestione degli alberghi. Ha agito su procura mia. Io ho deciso l’operazione, io avevo il quadro imprenditoriale della situazione, io gestivo l’attività finanziaria del gruppo. Non c’è pagamento che non fosse stato deliberato da me».

Sfoglia le carte e snocciola date, cifre stellari, spiegando operazioni finanziarie che si intrecciano in un dedalo societario fatto di concessionarie d’auto, hotel, immobili e lotti di terra. Sembra di trovarsi nel pieno di una partita a Monopoli, invece sono le vicende del processo che vede imputato l’ex vicesindaco Giuseppe Musca, assieme alla moglie Susi Ghiselli e al figlio Nicola Musca per bancarotta fraudolenta. E ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Milena Zavatti (con i giudici Beatrice Bernabei e Federica Lipovscek), è arrivato il turno dell’imprenditore, in una deposizione durata oltre 4 ore e culminata con il tentativo di smarcare dai capi d’imputazione proprio il figlio.

L’ex vicesindaco socialista degli anni ‘80 ha affrontato le domande dei Pm Monica Gargiulo e Lucrezia Ciriello, volte a scandagliare le operazioni finanziarie finite nel 2012 sotto la lente d’ingrandimento della Guardia di Finanza e scaturite quattro anni dopo con gli arresti in relazione ai fallimenti - tra una dozzina di imprese del gruppo - dell’Arca, società operante nel settore immobiliare, dell’Asa, attiva nel campo delle partecipazioni societarie e della storica concessionaria ravennate Romauto.

Il fallimento della concessionaria

Materia complessa. Ma con alcune ricorrenze sulle quali la procura ha pretesto chiarimenti. Come i tanti passaggi di società a terze persone, avvenuti in concomitanza con «situazioni di dissesto» che avrebbero portato poco dopo al fallimento.

«Non sono fuggito», è la risposta dell’imprenditore, che inizia dal caso Romauto, fallita con un debito di 3 milioni. «Ho assunto l’incarico di amministratore per gestire una fase di crisi dopo la revoca del rapporto con General Motors, dopodiché ho delegato ad altri».

Dagli alberghi alla holding svizzera

Cosa diversa per altre società, «ognuna delle quali ha una sua storia». Come il settore alberghiero. Tra le strutture al centro dell’inchiesta c’è l’Holiday Inn, per costruire il quale Musca aveva contratto un mutuo dalla Unicredit di 12 milioni, accanto alla stipula di tre contratti di leasing per l’acquisizione di altre tre strutture tra Marche e Sicilia e una mensa a Novara. Finanziamento che però, secondo l’ipotesi accusatoria sarebbe stato utilizzato solo in minima parte, convogliando il resto verso altre società, fino a fare confluire i soldi delle bancarotte in un’altra società con sede in Svizzera, la Italventure.

E così, passo dopo passo, l’ex vicesindaco parla dei frequenti passaggi di denaro tra la costellazione di società del gruppo. «Tutto tracciabile - spiega elencando gli ultimi movimenti -, il capitale sociale di Italventure è di 100mila franchi (180mila euro), di cui il 50 per cento versato all’atto costitutivo con bonifici da conti miei personali in banche italiane».

Il milione per l’hotel

Vengono poi le difformità tra i valori delle partecipazioni ad Arcahotels (costola di Arca, dichiarata fallita dal tribunale di Roma con un passivo di 28,7 milioni) al momento della cessione. Nello stesso giorno vengono cedute quote alla Romauto e a un’altra società, ma le prime vengono valutate 4,7 euro l’una, mentre le seconde 9,6 euro, alimentando per la procura un meccanismo di compensazioni e plusvalenze pilotate. «Romauto stava recuperando un credito inesigibile di 723mila euro, io non ho fatto altro che sanare una situazione pregressa».

Così, sul tracollo della concessionaria, la procura si chiede come mai né Asa, né Investimenti Ravenna - altra società del gruppo che aveva ottenuto 1,2 milioni dalla vendita di alcuni appartamenti - sono intervenute per salvarla. «Quel milione non doveva essere utilizzato per risanarla, ma per fare l’operazione dell’albergo». Risposta che crea un terremoto al banco della difesa, composta dagli avvocati Franco Zecca, Domenico Di Terlizzi, Luca Berger e Giorgio Guerra.

E ancora un altro giro tra le società del gruppo. Dalla Investimenti Ravenna parte un bonifico verso un’altra società, con motivazione “restituzione finanziamento soci”, senza ripianare prima i debiti della società verso Romauto. «Ho dovuto gestire dei problemi complessi. Non si può semplificare così», si difende Musca. «La concessionaria doveva acquistare un terreno in leasing nell’aprile 2011 da Investimenti Ravenna per aprire un salone vendite». L’affare «avrebbe aiutato a salvare la concessionaria, ma la banca non lo concesse». Sei mesi dopo, il crack.

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