IL LIBRO

"Centologia" al Caffè Letterario

Dieci autori per cento racconti

22/04/2017 - 15:18

 "Centologia" al Caffè Letterario

RAVENNA. “Centologia” al Caffè Letterario di Ravenna. Sarà presentata mercoledì 3 maggio, alle 18, l’antologia pensata da Eugenio (Dedi) Baroncelli e Gianni Bianco, e curata insieme ad altri otto autori ravennati.

Li potremmo definire “i nipotini di don Bendazzi”, il famoso enigmista ravennate, gli scrittori che si sono cimentati in una curiosa impresa letteraria ispirata al numero cento. I “dieci per cento”, infatti, hanno dato vita a dieci storie, di vario genere letterario e di cento parole ciascuna. Né una di più, né una di meno. Il tutto è confluito in un unico libro che contiene cento racconti – dal noir alla fantascienza – attribuiti o riconducibili a 100 autori diversi. Racconti “zippati” in cento parole, giocati su vari registri, mescolando erudizione, fantasia, non sense e gioco verbale. Gli stessi autori si celano dietro personaggi dell’arte, della scienza, della storia e della cultura. Biografie immaginarie, curiose e paradossali. Da Oscar Wilde a Proust, da Leopardi a Verlaine, da Einstein a Bohr, da Salvatore Accardo a Freud. L’antologia, sotto la regia di Baroncelli e Bianco, annovera tra gli altri componenti della “ciurma” Marco Ferrari, Fabrizio Fronzoni, Franco Gàbici, Renzo Maltoni, Marco Ortolani, Cristiana Pezzi (autrice anche della foto di copertina del libro), Paolo Pingani e Gianluigi Valgimigli.

L’appuntamento con gli autori al Caffè Letterario è per mercoledì 3 maggio, alle 18, in via Diaz, 26.

“Centologia: cento autori per cento racconti di cento parole”, il libro edito dal Corriere Romagna, è in edicola al prezzo di 8,60 euro (più il prezzo del quotidiano) dal 15 aprile. In occasione dell’uscita di “Centologia, cento racconti di cento parole di cento scrittori”, il Corriere Romagna ha raccolto la reciproca intervista degi ideatori dell’antologia: Eugenio Baroncelli e Gianni Bianco.

BIANCO: «Inquadriamo il libro, se ti va, dal momento che non è certo ortodosso, e non è certo solamente un’antologia. E’ forse una prestabilita eterogeneità».

BARONCELLI: «Certo. Prestabilita e anche vagamente vanesia, come di chi pensasse che l’unico modo di sottrarsi ai generi sia quello di usarli tutti».

BARONCELLI: «Qual è il fine di un’arteria che si occlude?»

BIANCO: «Grazie per la domanda. Ma è una di quelle a cui nemmeno dio solitamente risponde. Non vorrei scavalcarlo».

BIANCO: «Volendo, ha forse un antenato, uno spunto, un abbrivio in un’altra raccolta che curammo ventotto anni fa, dal titolo Ho sognato Freud. Ma le ascendenze, in realtà, mi sembrano poche e pretestuose. Che ne dici?»

BARONCELLI: «Che lo stemma delle ascendenze, che molto indispettiva l’ingegner Gadda, è un’offa a chi naviga nel nulla».

BARONCELLI: «Dimmi della concisione a cui siamo stati costretti. E’ una circoncisione autoinflitta o il miglior trucco per rimandare la fine?».

BIANCO: «O per renderla ineluttabile, allo scadere dei cento pietrosi (o tiepidi) e primaverili (o scagliosi) rintocchi. Al di là dell’ottuso istinto alla permanenza e allo strascico, in quelle decine di righe ritengo ci siano tutti gli spazi e i tempi per trovare noi stessi in fondo a noi stessi».

BIANCO: «Nella quarta di copertina, “la ciurma” scrive che un titolo altrettanto plausibile sarebbe potuto essere “Attribuzioni indebite”. Tutto quello che il lettore leggerà di Centologia potrebbe dunque essere falso? L’apocrifo cela in sé più suggestione, più fascino, maggiore “interpretabilità” dell’autentico?»

BARONCELLI: «Direi di no, ma non lo faccio autenticare. Che cosa dire della perizia di un falsario? Direi di sì, ma è un’opinione superata. Di falso c’è soltanto e già la barriera che divide l’autentico, come lo chiami tu, dall’inautentico».

BARONCELLI: «Le nostre frasi invecchiano con noi. E’ per questo che non hanno nessuna voglia di diventare un libro con la testa a posto?».

BIANCO: «O per un velleitario anelito di libertà obbligatoria. Di scardinare, di trasgredire, di sovvertire, di rivoluzionare ma non scriteriatamente. Dietro, dentro, personalmente cerco ancora (e sempre) regola, etica, precisione, cànone. Maelström o loop, Möbius o infinito, però con fini ai confini».

BIANCO: «Arriviamo alle inter/intrafazioni. Bizzarre anch’esse, per la loro fattura, la loro denominazione e la loro ubicazione a metà libro. Nella seconda si accenna ad un possibile, diverso, dis/ordine di lettura. Alla Cortàzar di Componibile 62. Pensi sia il caso di aggiungere qualcosa? Di svelare qualcosa in più?».

BARONCELLI: «Meglio trattenere che intrattenere. Non si mostrino le carte in tavola. Si dia tempo a quel che non sappiamo».

BARONCELLI: «Arriviamo alle maschere. Perché indossarne tante se già la sincerità, inventata da Catullo, è un immaginario di secondo grado?».

BIANCO: «Concordo. Sono ischemie tra realtà e narrazione della realtà. Flebili ombre che cadono giù dalle dita di chi spara lettere su fogli e monitor. Di questi tempi, se sei uno scrittore o un sedicente tale, “forse è poco più del tuo sguardo quello che puoi offrire come resistenza al mondo che va” (un collega di Catullo, ma contemporaneo)».

BIANCO: «A me intriga la sfuggente citazione di un presunto romanzo (dal titolo Sine titulo (sed cum notam) di una presunta Simona Gardini. Che consta (rectius: non consta) di due righe, un rimando, un richiamo, una parola. Qual è l’importanza del non detto? Dello spazio tra i lemmi? Dell’interlinea tra le righe?».

BARONCELLI: «Che sono propizie vie di fuga per uscire dal libro e votarsi alla numismatica. Oppure (e meglio): Evviva la disperata civetteria dei risvolti bianchi di Landolfi».

BARONCELLI: «Arriviamo così all’immaginazione. Non credi che dovremmo chiamarla impaginazione?».

BIANCO: «Mi piace la tua proposta. L’impaginazione al potere; suona anche bene. In Centologia, però, la fantasia predomina sulla grafica, pur trattandosi di fantasia monotona. Cento racconti, cento biografie, cento parole, cento scrittori, cento pagine (circa), che vedono la luce il centesimo giorno dell’anno. Chissà se lo festeggeranno in cento, tra trine e centrini, nel centro di Cento».

BARONCELLI: «Spero che non ci siamo capìti. Se ci siamo capìti, si tratta certo di un equivoco».

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