Mercoledì 23 Agosto 2017 | 23:17

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L'ALLARME ALLA CASERMA

«Abbiamo una bomba»

L'arrivo degli artificieri fa cessare l'allarme

«Abbiamo una bomba»

«C’ho una bomba! C’ho una bomba nell’auto!».

E’ sceso dalla sua 600 color verde militare gridando come un ossesso. Ha preso due borse e ha cominciato a correre. Poco prima aveva sfondato la sbarra d’ingresso del Comando provinciale dei carabinieri di viale Pertini usando la sua piccola utilitaria come l’ ariete di un aspirante kamikaze. Lo ha fatto con il padre seduto nel sedile accanto, approfittando dell’unico momento in cui avrebbe potuto; quando una pattuglia del Radiomobile era in procinto di uscire e aveva appena fatto sollevare la sbarra bianca e rossa dal “piantone” di turno.

Se fossero stati dei terroristi sarebbe stato un piano perfetto. Ma Natale Lucido, l’uomo alla guida, un 47enne palermitano disoccupato residente a Pordenone e suo padre Antonio, 76enne pensionato pregiudicato, forse erano solo due persone disperate.

Cosa li abbia spinti a un gesto del genere resta al momento un mistero e le loro condizioni psicofisiche saranno molto probabilmente oggetto di una perizia da parte della magistratura.

Tragedia sfiorata

Nessun attentato dunque. Niente terrorismo. Ma quanto avvenuto ieri alle 14.30 al Comando provinciale dei carabinieri di viale Pertini è una vicenda che avrebbe potuto avere un bilancio ben diverso se in quel momento ci fossero state altre persone in quel piazzale, solitamente frequentato non solo dai carabinieri in servizio, ma anche dai cittadini che si recano in caserma a sporgere denuncia. Di sicuro la vicenda contribuisce a gettare ombre inquietanti su un periodo che sembra generare un po’ ovunque psicosi collettive o pericolose emulazioni.

La freddezza dei carabinieri

Solo un po’ di fortuna e la prontezza di due carabinieri del Radiomobile hanno evitato il peggio. I due militari hanno infatti subito sbarrato la strada alla Fiat 600. Sono scesi pistola in pugno, ma hanno avuto la freddezza di capire che le intenzioni di quei due erano molto meno pericolose delle loro parole. E così, senza usare le armi, li hanno bloccati in un rapido “corpo a corpo” trascinandoli subito dentro la caserma e poi nelle celle di sicurezza.

Gli artificieri da Bologna

Mentre padre e figlio venivano interrogati e tratti in arresto con una lunga serie di reati ipotizzabili, il comandante provinciale dell’Arma, il colonnello Massimo Cagnazzo, chiedeva l’immediato arrivo a Ravenna degli artificieri. Da Bologna venivano subito mandati gli uomini del “gruppo antisabotaggio”. Poco dopo venivano chiuse per motivi di sicurezza due rotonde: quella che immette verso il cavalcavia dell’Iper e quella all’altezza di via Fiume Montone Abbandonato. Un pezzo di Ravenna veniva così isolato per motivi di sicurezza. Sul posto arrivavano anche una squadra di vigili del fuoco e un’ambulanza il tutto sotto gli occhi disorientati dei residenti a cui veniva chiesto di stare a distanza. Alle 16 in punto un artificiere indossava il classico scafandro e cominciavano le operazioni attorno alla Fiat 600. Operazioni durate in tutto 36 minuti.

Nessuna bomba

Poi arrivava il cessato allarme. In quell’auto – come previsto dagli stessi carabinieri – non c’era nessuna bomba, ma solo bagagli e poco altro. Da quanto trapelato pare che padre e figlio fossero diretti dal Friuli a Palermo. Ma avevano fatto tappa a Punta Marina da parenti. Poi avrebbero preso il traghetto a Genova.

Le valige sventrate

Nelle valigie sventrate dagli artificieri per motivi di sicurezza sono così usciti fuori solo abiti, qualche documento bancario della Cassa di Risparmio di Pordenone, un ombrello, un marsupio con i documenti e un santino di Padre Pio caduto a terra e raccolto dalla mano di un carabiniere.

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