Lunedì 05 Dicembre 2016 | 05:28

L'OMICIDIO

Ritrovato il cellulare clonato di Giulia

In quei messaggi la chiave segreta del delitto

Ritrovato il cellulare clonato di Giulia

RAVENNA. Il cellulare di Giulia è stato ritrovato ed è in mano agli inquirenti. Ed è nella memoria di quel telefonino che gli uomini della squadra mobile di Ravenna - diretti dal procuratore capo Alessandro Mancini e dal sostituto Cristina D’Aniello - stanno cercando di ricostruire nel dettaglio le ultime ore di vita della povera madre 40enne uccisa a bastonate nella villa di famiglia del marito Matteo Cagnoni, noto dermatologo ravennate 51enne ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato.

Ieri mattina in procura si è tenuto un nuovo vertice tra inquirenti. E che il caso sia seguito ben oltre i confini locali si è capito dalla presenza a Palazzo di Giustizia del dirigente dello Sco (Servizio centrale operativo) della polizia Renato Cortese, l’uomo che nel 2006 arrestò Bernardo Provenzano.

E’ un cellulare preziosissimo quello che gli investigatori stanno analizzando. Quell’apparecchio - come rivelato nei giorni scorsi - era stato infatti “clonato”, secondo l’accusa, proprio da Matteo Cagnoni. Il marito di Giulia, ormai ossessionato dalla gelosia, controllava la moglie e i suoi spostamenti con un software installato di nascosto telefonino. In quel modo era a conoscenza in tempo reale delle chiamate ricevute da Giulia e poteva ascoltare anche il contenuto delle conversazioni avute dalla moglie. In quel modo - o forse sarebbe meglio dire anche in quel modo - Cagnoni sapeva che da mesi ormai Giulia aveva una relazione con un altro uomo: un imprenditore 40enne ravennate che nell’agosto scorso aveva anche affrontato in strada.

Ma come è possibile clonare un cellulare? Ovviamente si tratta di qualcosa di illegale anche per un investigatore privato, ma in rete è possibile scaricare un software del genere con poche centinaia di euro. Poi - come ha spiegato nei giorni scorsi al Corriere un professionista del settore - basta inviare un sms alla vittima, magari spacciandolo come messaggio del gestore telefonico. Nel momento in cui il destinatario apre quell’sms il programma si auto installa. Ma quel software, ora, per il medico si potrebbe rivelare un boomerang. Fonte di altre prove che potrebbero inchiodarlo. Perché oltre ai messaggi ricevuti da Giulia ci sono anche quelli inviati dal medico.

Resta invece ancora un mistero che fine abbia fatto il cellulare di Cagnoni. Stranamente sparito proprio il giorno del suo arresto. «Il mio assistito - spiega al telefono l’avvocato Giovanni Trombini - ha risposto per quattro ore agli inquirenti su ogni aspetto. Non ricordo nello specifico come abbia perso il cellulare, ma suppongo che lo abbia perso durante quella precipitosa fuga all’arrivo della polizia». E intanto proprio la polizia è in attesa nei prossimi giorni dell’esito degli esami eseguito nella villa del delitto dalla Scientifica che in pratica ha ricostruito anche la dinamica di quel massacro. Giulia è stata colpita al primo piano per essere poi inseguita e uccisa con almeno dieci bastonate nello scantinato. Qui è stata anche denudata. Poi l’aggressore si è persino fatto la doccia per ripulirsi dal sangue della vittima. Infine ha anche tentato di cancellare alcune tracce di sangue lasciate sulle scale e sul pavimento di più stanze. Tracce in parte non più visibili dall’occhio umano, ma comunque rilevate grazie ai mezzi della Scientifica. Ed è lì in mezzo che gli inquirenti confidano di poter trovare la cosiddetta “prova regina”.

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