Venerdì 30 Settembre 2016 | 10:20

UN CLIC VERSO L'INFERNO

Foto porno e minacce choc sul web

L'autore del sito era un amico della zia

 Foto porno e minacce choc sul web

RAVENNA. «Dormo ancora chiusa a chiave nella stanza con una mazza da baseball sotto al letto e lo spray al peperoncino sotto il cuscino. La mia vita è un incubo e non riesco a uscirne». E’ una testimonianza a dir poco drammatica quella resa ieri da una ragazza 23enne residente nel Ravennate protagonista suo malgrado di una vicenda inquietante che ne ha stravolto l’esistenza e che conferma ulteriormente, se ce ne fosse bisogno, di quante insidie possa nascondere la rete.

Un giorno Sofia (nome di fantasia) viene a sapere - tramite uno sconosciuto che la contatta su Facebook - che qualcuno ha dato il suo nome (e il suo cognome) a un sito porno. La ragazza, all’epoca 19enne, clicca sul link e scopre che non è uno scherzo. Ma il peggio lo deve ancora scoprire: perché visitando il sito scopre che l’autore aveva preso una sua foto dal profilo Facebook e l’aveva messa nello stesso sito. Una specie di blog dove il moderatore chiedeva ai visitatori con che modalità avrebbero ucciso, torturato e umiliato la povera ragazza. E ogni giorno le domande con oggetto la 19enne cambiavano seppur con lo stesso sfondo di violenza e pornografia. «Io la ucciderei mettendola incinta e poi uccidendo il bambino in grembo». Questo il tenore di uno commenti, non tutti riportabili.

Contenuti sconvolgenti per la ragazza e per i suoi genitori che si rivolsero subito alla polizia postale. Il colpo di scena arrivò al termine dell’indagine: la polizia infatti denunciò un uomo di Milano. Non era uno qualunque, ma un amico della zia della ragazza. Un uomo sulla cinquantina che quest’ultima aveva visto solo nel 2005, all’epoca 13enne, in una cena di Natale in famiglia.

L’uomo, ora accusato di diffamazione e minacce, ha però sempre negato ogni accusa e ha scelto il rito ordinario convinto di poter dimostrare la sua innocenza. Oltre al suo indirizzo Ip (un numero che permette l’identificazione dell’utente del web) la postale ne trovò anche altri 89. Due erano di italiani, altri 87 di persone che si erano connesse da server esteri.

Ieri la vicenda è approdata in aula davanti al giudice monocratico Galanti che ha ascoltato il racconto drammatico della 23enne, la quale si è costituita parte civile tutelata dall’avvocato Lorenzo Valgimigli.

«Quando ho scoperto quel sito non riuscivo nemmeno più a girare per strada - ha detto la ragazza - tanto che per un mese e mezzo mi sono dovuta trasferire in un’altra città fuori regione. Ho provato poi a tornare in Romagna, ma non ce l’ho fatta e i miei hanno affittato un appartamento per altri 5 mesi nella nuova città». Un racconto sofferto, ma al tempo stesso asciutto, reso da una ragazza che ha denotato anche una maturità superiore rispetto alla sua età. «Da allora la mia vita è cambiata e sono in cura per questo» ha aggiunto. Prossima udienza fine novembre, quando verranno sentiti i genitori della ragazza e molto probabilmente (nel caso in cui accettasse) anche l’imputato.

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