Giovedì 29 Settembre 2016 | 08:43

LETTERA DAI DOMICILIARI

Don Desio chiede scusa: «Ora mi vergogno dei miei peccati infami»

«Se fossi morto nel canale sarei andato all'inferno, Dio mi ha voluto bene»

Don Desio chiede scusa: «Ora mi vergogno dei miei peccati infami»
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RAVENNA. Per la prima volta dal giorno del suo arresto Don Giovanni Desio, il parroco di Casalborsetti, arrestato un anno fa per atti sessuali con minorenni e violenza sessuale, ha deciso di parlare. Il prete - ora sospeso a divinis e recluso ai domiciliari in una struttura religiosa umbra - affida le sue memorie a una lunga lettera. «L’ha scritta e riscritta più volte in questi mesi - fa sapere il suo legale, l’avvocato Battista Cavassi - e sono stati mesi duri in cui ha anche pensato di farla finita». Ora eccola la lettera, che arriva a pochi giorni dalla prossima udienza di fronte al gup Antonella Guidomei che entro la fine di maggio dovrà emettere la sentenza del processo che si sta celebrando con rito abbreviato. Sono quattro pagine scritte a mano nella sua “cella” della struttura dove, sempre a detta del suo legale, «alterna preghiera e lavoro nei campi». Desio ora chiede scusa pubblicamente. Chiede perdono a quei ragazzini, alle loro famiglie, alla Chiesa e alla comunità di Casalborsetti. Definisce i suoi peccati «infami e infamanti». «Mi vergogno di quello che ho fatto» scrive l’ex parroco che aggiunge: «Se fossi morto annegato nel canale sarei finito all’inferno. Dio mi ha voluto salvare facendomi arrestare e fermando quello che facevo».

Sono Giovanni Desio, sacerdote cattolico, già parroco di Casalborsetti, sospeso a divinis. (...) Mi preme dire, perché è vero, che non ho mai fatto uso né di violenza, né di minacce. Fui arrestato all’inizio dell’aprile 2014 e, dopo qualche trascorso nelle prigioni di Ravenna fui trasferito a Forlì nella rocca che fu di Caterina Sforza e poi espugnata da Cesare Borgia. Dopo circa otto mesi trascorsi in quel luogo di sinistre memorie di un remoto passato e di sofferenze attuali, sono stato ammesso agli arresti domiciliari in una struttura ecclesiastica rigorosamente segregata. Il mio difensore mi ha detto che sulla stampa, in un articolo intitolato “l’esilio di Don Desio” (neanche fossi il re Umberto a Cascais) si dava conto dell’ubicazione e della consistenza dell’immobile e dell’impossibilità di accedervi. (...) Il tempo, in carcere, è incredibilmente lungo ed agevola, entro certi limiti, la riflessione. (...) Nel carcere ho conosciuto un’umanità dolente, persone sempre povere, molte volte sole. Giovani, adulti, vecchi quelli erano il mio prossimo in senso fisico e metafisico. Pur essendo “vinti” dalla vita erano per lo più gentili e rispettosi, avrei desiderato fare di più per loro. E’ stato lì che ho capito, fino in fondo, quanto fosse stata grande la mia ingratitudine verso Dio e verso il mio prossimo. In fondo era pur vero che, agli angoscianti misteri sulla mia nascita ed all’avvolgente tristezza dei miei dieci anni di orfanotrofio, la Provvidenza aveva rimediato mettendomi in una famiglia che per me ha fatto tutto quello che ha potuto e certo è grazie a loro se non sono un relitto umano come quegli infelici compagni di detenzione. Nel carcere sono stato costretto ad un doloroso censimento degli amici. Posso, però, ben capire che le deplorevoli vicende di cui sono stato protagonista possano avere indotto molti che mi onoravano della loro amicizia a prendere le distanze da me. Ciò mi fa ancora di più ringraziare coloro che mi hanno mandato e mi mandano a salutare. Amicus certus in hora incerta cernitur (l’amico sicuro si distingue nei momenti difficili) mi ha detto il mio difensore che non mi ha mai fatto mancare la sua visita settimanale in carcere. (...) Ai lettori voglio fare conoscere, per quello che a loro può interessare, il mio stato d’animo attuale, alla stesso modo in cui nella Chiesa antica ci si accusava pubblicamente dei peccati. Ho desiderato scrivere la presente già da molto tempo, l’ho cominciata e finita molte volte ed ogni volta ho fatto dolorosa memoria di quei peccati. Per un certo tempo della mia vita ho chiuso l’anima alla Grazia e voltato le spalle a Dio, commettendo quei fatti che sono nei capi di imputazione e del cui ricordo ho profonda vergogna. Nonostante i miei peccati, Dio ha continuato a volermi bene, impedendomi di affogare nel porto canale grazie al provvidenziale salvataggio dalle acque e così risparmiando la mia anima dalla dannazione. Poiché, obnubilato dai sensi, non avendo allontanato da me il desiderio di quegli infami, infamanti e lubrichi peccati, sono poi scivolato su una buccia di banana e, a seguito di quei fatti accertati, sono stato, anche questa volta provvidenzialmente arrestato. L’arresto mi ha strappato da una pericolosa, ed oggi ripugnante, deriva efebofila alla quale non avevo saputo sottrarmi con le mie sole forze, pur pensando di essere sempre in tempo a farlo. La fallace illusione di Faust! Non so ben dire come io sia entrato in una condizione come quella; confido di poterlo capire nella comunità di disciplina, preghiera e recupero psicologico per sacerdoti in difficoltà, nella quale mi trovo. Il direttore è persona di retta dottrina, severo ed autorevole e fautore di un modello “alto ed amorevole” di sacerdozio. Se lo avessi conosciuto qualche anno fa, forse le cose sarebbero andate così…

Ora io non desidero altro che essere perdonato, anche se mi rendo conto di non meritarlo per l’enormità dei miei peccati, che, come detto nei vecchi catechismi, e come mi ricorda il mio avvocato “gridano vendetta al cospetto di Dio”. Chiedo scusa ai ragazzi, avrei dovuto additare loro le vie della virtù ed invece li ho portati con me sulla via del peccato, li ho amati nel modo più sbagliato che potesse capitare; spero davvero che possano ritrovare la strada del bene. (...)

Chiedo scusa alle loro famiglie che consentivano loro la frequentazione della parrocchia, forse in ricordo della loro infanzia e convinti dei riparo dai pericoli. Chiedo scusa alla Chiesa, al mio Arcivescovo ed ai miei confratelli nel sacerdozio (...). Chiedo scusa alla Comunità per aver praticato e diffuso male, facendo, temo, vacillare la fede di molti: spero che nessuno abbia perso la fede per causa mia. So bene quanto la Chiesa nel tempo abbia fatto, fin dai suoi primi secoli, per estirpare dal comportamento sociale i peccati che mi sono attribuiti e che io ho commesso che erano largamente diffusi nelle civiltà precedenti. Forse ha proprio ragione il mio difensore quando mi dice che i miei peccati sono principalmente contro la Chiesa che, assimilando l’etica ebraica, combatte da venti secoli quelle ed altre trasgressioni. Capisco, quindi, il senso della costituzione di parte civile dell’Arcidiocesi.

Quanto al pentimento so bene che è una condizione umanamente non accertabile, né in positivo, né in negativo. Non si deve avere l’ingenerosità di negarlo nel prossimo (come si è fatto con me) né la superbia di affermarlo per sé stessi, poiché il pentimento deve essere una condizione permanente, un cammino senza fine che passa attraverso il rimorso, la contrizione e la volontà di riparare. Solo Dio conosce l’anima degli uomini. Il peccatore non può mai pensare di essersi pentito “a sufficienza”: il pentimento non ha misura! Per quel che mi riguarda mi sento nella condizione di Miserere “poiché conosco la mia iniquità ed il mio peccato mi sta sempre davanti”. Mi premeva fare conoscere, per quel poco che vale, il mio pensiero sulle vicende delle quali sono stato, ahimè, colpevole protagonista. So che per i fatti che mi sono stati attribuiti il sentimento popolare è molto severo: una volta il mio difensore, celiando, mi ha detto che, per molti, in questi casi, tutto ciò che è meno della forca è sempre troppo poco. Ora sono nelle mani della giustizia umana, anch’essa fa parte dei meritati “castighi di Dio” di cui si dice nell’atto di dolore. Vittorio Mathieu, filosofo cattolico kantiano e, quindi, rigoroso retribuzionista, dice che il giudice deve resistere alla tentazione di essere buono. Su un palazzo di giustizia dell’Italia settentrionale una volta lessi il motto “ars boni et equi” ossia che la giustizia è l’arte del bene e dell’equità. Non desidero altro. Solo spero che il mio futuro non sia una dantesca, dolente città di Dite alle cui porte lasciare ogni speranza.

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