Sabato 10 Dicembre 2016 | 07:54

APPALTI E FAVORI IN TUTTA ITALIA

Inchiesta grandi opere, perquisizioni a Ravenna

Tra gli indagati spunta anche il nome di Fiammenghi. Nel mirino della Procura di Firenze anche un'impiegata ravennate 56enne che lavora per una società riconducibile a uno degli arrestati

 Inchiesta grandi opere, perquisizioni a Ravenna

Piomba su Ravenna l’inchiesta su presunte tangenti e irregolarità nella gestione dei cosiddetti grandi appalti, dalla Tav a Expo 2015, che ha portato all’arresto dell’ex super-dirigente del ministero dei Lavori pubblici Ercole Incalza. Nel lungo registro degli indagati, oltre 50 persone, dell’indagine condotta dal Ros e diretta dai pm fiorentini Giuseppina Mione, Luca Turco e Giulio Monferini, figura anche l’ex consigliere del Pd Miro Fiammenghi: avrebbe favorito uno degli arrestati, Stefano Perotti, per ottenere la direzione lavori dell’autostrada Cispadana. E riconducibile a Perotti è la società Spm, che conta una sede anche a Ravenna, in via Bovini. Lì ieri si sono presentati i carabinieri del Ros che hanno effettuato una lunga perquisizione, mettendo poi i sigilli all’ufficio della società per la quale lavora una ravennate 56enne, Lidia Cavina, anche lei indagata nell’inchiesta.

RAVENNA. Il «dominus», come descritto in una comunicazione telefonica intercettata dai carabinieri del Ros, era «Ercolino», al secolo Ercole Incalza, 71enne brindisino. E’ lui, descritto come uno degli uomini più potenti d’Italia, il principale indagato nell’inchiesta della Procura di Firenze che ha tolto il velo su un presunto vortice di tangenti negli appalti pubblici per le Grandi opere.

Negli ultimi quattordici anni Incalza è rimasto al vertice del Ministero delle Infrastrutture, passando indenne sette Esecutivi e ricevendo da ogni compagine governativa (con un’unica eccezione) l’incarico di consulenza quale responsabile della Struttura tecnica di missione istituita presso il dicastero. Un incarico in un ruolo strategico rinnovatogli di anno in anno fino al 31 dicembre scorso, quando è entrato a far parte di una delle tante società rientranti in un’orbita poco chiara su cui i magistrati stanno cercando di fare luce.

Secondo l’accusa, in virtù del ruolo ricoperto Incalza rappresentava la figura di primo piano del meccanismo corruttivo, colui che poteva decidere le sorti delle infrastrutture da realizzare, definendo priorità o ponendo veti. In pratica sarebbe riuscito a condizionare il settore degli appalti pubblici insieme all’altra figura chiave, ingegnere che grazie al primo ha gestito appalti assumendo incarichi di progettazione e direzione dei lavori - personalmente o tramite la galassia di imprese riconducibili al gruppo Spm, una delle quali con sede proprio a Ravenna - per qualcosa come 25 miliardi di euro, stando a quanto affermato da un suo collaboratore in una conversazione ambientale intercettata. Di certo il suo nome compariva in diversi appalti di Grandi opere; nel corso di una telefonata del 29 gennaio scorso, è lo stesso Incalza a fornire l’elenco che comprende la linea C della metropolitana di Roma e la 4 e la 5 di Milano, alcuni tratti dell’alta velocità, lotti sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, del Brennero e della Pedemontana.

Ma oltre a loro, arrestati ieri insieme a due stretti collaboratori (Sandro Pacella e Francesco Cavallo), nelle 268 pagine che compongono l’ordinanza compare anche una cinquantina di indagati. Tra loro, Lidia Cavina, 56 anni, che dall’uffici di via Bovini sarebbe stata incaricata di gestire la contabilità dei profitti e predisporre report riservati sull’andamento degli affari. Ma soprattutto l’ex consigliere regionale del Pd, Miro Fiammenghi a cui viene contestato (insieme all’ex assessore regionale Alfredo Peri) il fatto di aver prospettato a Perotti l’incarico di direzione dei lavori per la realizzazione dell’autostrada “Cispadana” da Reggiolo a Ferrara. Vicenda dalla quale Fiammenghi, attraverso il suo legale, si è detto «totalmente estraneo».

Nelle carte (in cui traspare un intreccio non sempre cristallino con il mondo della politica, di entrambi gli schieramenti) torna più volte anche il nome del ministro Maurizio Lupi che, pur non essendo indagato, aveva un rapporto molto stretto con Incalza. E spunta anche quello del figlio Luca, che da neolaureato avrebbe ricevuto un incarico come persona fissa in cantiere con uno stipendio da 2mila euro al mese più Iva.

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