Domenica 04 Dicembre 2016 | 15:15

REGIONE

Serve discontinuità

Scuola e sanità costituiscono elementi essenziali dello stato sociale, rappresentano i due più consistenti centri di spesa del pubblico denaro. La scuola, tradizionalmente legata allo Stato centrale, vede, oggi, il sistema delle autonomie locali fortemente coinvolto nella distribuzione dell’offerta formativa e degli indirizzi, nell'edilizia scolastica e nel diritto allo studio, (mense, trasporti, servizi ed assistenza ).

La sanità è, prevalentemente, governata e finanziata dalle regioni.

Fino a poco tempo addietro, un largamente maggioritario giudizio negativo di ragionierismo fulminava chi avesse osato porsi il problema del rapporto costo-beneficio in questi settori; i tanti, che così reputavano, spiegheranno, ora, le proprie ragioni a coetanei, figli e nipoti disoccupati o cassintegrati vari.

Relativamente alla scuola si confermano i dati relativi alla differenza negativa, per livelli d’apprendimento, della nostra regione rispetto alle capoliste, con un conseguente effetto economico per le tante aziende in crisi, causa la mancanza di innovazione determinata da carenze culturali.

Se le scuole dell’infanzia di Reggio Emilia sono eccezionali, non è detto lo siano le altre; come i nostri tempi pieni, in alcuni casi produrranno eccellenze, ma, in molte situazioni, semianalfabeti.

Nella sanità, l’elenco dei primi dieci migliori ospedali italiani, prevalentemente del Lombardo-Veneto, non comprenderebbe alcun ospedale emiliano-romagnolo, con l’aggravante che il costo pro capite, della spesa sanitaria regionale, non sarebbe inferiore, anzi.

Ricordo che negli anni ‘80, per ragioni di potere, uno dei maggiori esperti mondiale di sanità pubblica veniva allontanato in malo modo da Bologna, salvo poi, dopo alcuni anni, richiamarlo a salvare dal fallimento il sistema

sanitario cittadino.

Ci fu un tempo in cui la nostra regione, su molti indicatori, primeggiava, particolarmente nella produzione di ricchezza e sua distribuzione, nelle forme del welfare state.

Ripercorrendo le vicende, in particolare della città capoluogo, Bologna, per un lungo periodo fiore all’occhiello della sinistra italiana, mostrato con orgoglio in patria e all’estero, evidenzieremmo il ruolo di alcuni primi cittadini.

-Giuseppe Dozza, sindaco della resistenza e della ricostruzione, seppe dialogare con forze a lui tradizionalmente ostili, con beneficio della città.

-Guido Fanti, prosegue l’opera di Dozza, sviluppa il piano regolatore generale del centro storico, in termini di valorizzazione culturale, patrimoniale e turistica; primo presidente della regione Emilia-Romagna dal 1970, continua il rapporto positivo stretto coll’illustre cardinale Giacomo Lercaro.

-Renato Zangheri, intellettuale e docente universitario, regge l’urto devastante degli anni di piombo, fu barriera dei valori del pluralismo democratico.

Dopo questi personaggi e le loro politiche, seguirono uomini, alcuni pregevoli, che non incisero sempre positivamente nel destino della regione; fino al paradosso di una città, tradizionalmente di sinistra, che si riconosce in un sindaco, Giorgio Guazzaloca, formalmente di destra, ma che riprende e si ispira allo stile di Giuseppe Dozza.

Elettori, nauseati dalle guerre per bande spesso solo per potere, da sempre fedeli alla grande forza politica, in regione, largamente maggioritaria, nelle recenti primarie delegittimano moralmente i gruppi dirigenti, premiando un personaggio proveniente da altra storia. Oggi, l’unico sindaco emiliano, presente nell’organo dirigente del partito in parola, è il sindaco di Forlì, uomo di centrosinistra, ma proveniente da una tradizione diversa dal partitone emiliano.

Forse, se intendiamo riportare la nostra regione al livello dell’Imperiale Lombardo Veneto, cioè dell’Europa, sarebbe opportuno prendere atto del differenziale, con umiltà, senza la spocchia dei primi della classe, ascoltare, riflettere e, con modestia, proporre quelle inevitabili, sovente impopolari, innovazioni, che, sole, potrebbero evitarci un destino nel terzo mondo. In altri termini, una radicale discontinuità di persone, idee e stili.

 

Luigi Migliori

Cesena

 

 

 

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