Venerdì 30 Settembre 2016 | 01:48

MALATTIA SOCIALE

Gioco d'azzardo, 106 luoghi dove scommettere

Ottanta persone in carico ai servizi sociali

Gioco d'azzardo, 106 luoghi dove scommettere

IMOLA. Sono 106 gli esercizi pubblici imolesi (il 33% del totale) che mettono a disposizione dei clienti videopoker o slot machine; poi ci sono 21 edicole e le tabaccherie, 12 sono videolotterie, 4 sale da gioco e scommesse. Quando gli operatori della Caritas che hanno deciso di affrontare insieme a Ausl e Comune il fenomeno del gioco d’azzardo stimolati dai molti casi di disperazione che approdano anche al loro sportello, hanno provato a intervistare i gestori di questi posti hanno trovato un muro. «Anche se molti hanno ammesso che quell’attività è quella che permette loro di stare in piedi», spiegano alla Caritas. Il Comune di Imola, primo in regione, da gennaio 2014 ha vietato il gioco notturno. Ma ha armi spuntate, come afferma l’assessore Elisabetta Marchetti: «Il gioco d’azzardo con lotterie, gratta e vinci e varie rappresenta la terza industria dello Stato. Quando agli esercizi commerciali dopo l’ordinanza abbiamo avuto diverse richieste di accesso agli atti e un ricorso non concluso anche se abbiamo una sentenza a nostro favore. Un dato di fatto è che in città ci sono oggi anche sale non autorizzate dalla Questura che comunque operano nel corridoio di tempo lasciato aperto dai ricorsi che hanno presentato, e paradossalmente è regolare».

Ma il gioco d’azzardo compulsivo non è indotto solo da macchinette e slot, giochi di carte o roulette, anche i gratta e vinci solo apparentemente più innocui sono in grado di innescare quel meccanismo perverso che porta le persone a perdere il controllo, a giocarsi stipendi interi o pensioni, a gettare nella disperazione se stessi e le proprie famiglie. Che il fenomeno sia in crescita, per quanto nemmeno i servizi ne abbiamo una consapevolezza piena (manca infatti fin qui un’indagine del sommerso che renda un’idea se non precisa almeno attendibile), lo conferma Stefano Gardenghi dell’Unità operativa Dipendenze patologiche dell’Ausl di Imola. «Cominciammo a parlare di dipendenza da gioco d’azzardo nel 2003, avevamo 5/6 utenti in carico. Poi nel 2012 la normativa obbligo i gestori delle sale da gioco ad affiggere i cartelli che invitavano a riflettere sulle proprie modalità di gioco e nel caso a chiedere aiuto, fornendo i riferimenti dei servizi. In quell’anno arrivarono 30 persone. Nel 2013 erano 70 e il 2014 lo abbiamo chiuso con 80 persone in carico». Uomini soprattutto, ma anche donne (13), persino qualche minore, ma soprattutto adulti fra i 34 e i 45 anni. Diversi i livelli di “gravità”. «Dieci casi li consideriamo al primo stadio, imitano conoscenti che giocano e si divertono, ma non riescono a farne a meno - spiega ancora Gardenghi -. Venticinque li definiamo “nevrotici” non hanno ancora una diagnosi psichiatrica, ma pesanti disturbi d’ansia; 45 hanno una dipendenza secondaria da gioco, grave, non riescono a fermarsi, hanno stati di depressione associata, abuso di alcol e sostanze, soprattutto cocaina».

Ai servizi arrivano i casi più gravi, ma è tutto quel che c’è prima, o dietro, che ora il progetto “Gioco che non diverte” promosso dalla Caritas, dal Comune di Imola e dall’Ausl vuole indagare, per prevenire quella che l’Oms riconosce già coem una “malattia sociale”. Verranno distribuiti circa 30mila questionari che potranno essere compilati e inseriti in maniera anonima in 10 raccoglitori in vari punti della città: farmacie comunali, sede della Caritas, ospedali imolesi, Informacittadino, Ca’ Vaina, Biblioteca comunale. «Li lasceremo circa un mese poi passeremo alla lettura e alla rielaborazione dei dati che ci forniranno i questionari - spiega Giobbe Bosi dalla Caritas -. Dopodiché valuteremo come intervenire, se attivando un numero verde o uno sportello vedremo».

Intanto serve capire, per quanto possibile, l’entità del fenomeno. «Occorre spiegare i pericoli, sensibilizzare i giovani, informare come da tanti anni si fa per altri tipi di dipendenze - dice Luca Gabbi, direttore della Caritas diocesana -. La delega ai tecnici, agli esperti in materia , è insufficiente, è piuttosto la comunità stessa che attraverso le proprie risorse diviene fulcro di politiche di contrasto ormai tanto necessarie».

 

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