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Intervista a Lodo de Lo Stato Sociale: «Insieme si sta bene, ci si diverte»

Il leader della band racconta la sua carriera tra musica, teatro e letteratura. Inclassificabile e multiforme, ma con una solida preparazione

di CLAUDIA ROCCHI

Intervista a Lodo de Lo Stato Sociale «insieme si sta bene, ci si diverte»

Per Lodo(vico) Guenzi da Bologna è un momento inebriante, per lui e per Lo Stato Sociale, gruppo concepito in un garage ai tempi del liceo. Dopo la trionfale piazza d’onore a Sanremo 2018, il disco “Primati” è salito ai vertici, e il singolo “Facile” in collaborazione con il fratellone Luca Carboni ha conquistato le radio; in questi giorni, con Lo Stato, Lodo sta ultimando il tour che preferisce chiamare “feste”.
Ma Lodo fa molte cose diverse; dal “We reading festival” a Santarcangelo, che ha chiuso leggendo pagine di Pier Vittorio Tondelli, alla regia: ha curato la messa a punto di “Dente e Guido Catalano: contemporaneamente insieme” (il 20 luglio lo spettacolo è stato anche al “Verucchio festival” e il 7 settembre sarà a Cusercoli). Fa pure l’attore di teatro; in autunno torna in tournée ne “Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso” con i Kepler-452, e con il compagno Alberto Guidetti al sonoro. Dopo aver presentato il Concerto del 1° Maggio a Roma, ha vissuto anche un poco di “sano” gossip sulla sua presenza o meno da giudice al prossimo “XFactor”.

Lodo, si può considerare una vita in vacanza la sua, forte di un così gran da fare?
«In un certo senso lo è, il video della canzone “Facile” la racconta come una sorta di festa perché insieme si sta bene; ci si diverte, si risolvono i problemi, la vita è più facile».

E il teatro? Che ruolo gioca in questa iperattività?
«Il teatro c’entra perché sono un autore, il mio vero mestiere è quello, ho studiato all’Accademia di Udine, sono drammaturgo, alcuni miei testi vengono rappresentati. Sono anche nel cast de “Il giardino dei ciliegi. Trent’anni in comodato d’uso”, produzione Ert; lo spettacolo continua a girare, è reduce dal debutto al Mittlefest di Udine (9 luglio), è passato anche da Roma e Faenza, continuerà a farlo (il 15 novembre sarà al Rasi di Ravenna, ndr), è una parte importante del mio lavoro».

A cosa si deve questa frenesia di accostare espressioni diverse?
«Mi viene naturale, altrimenti mi annoio. La cosa che mi viene meno naturale è cantare, e non a caso è quella più produttiva, da tanti punti di vista. Perché il disagio è fondamentale, per riuscire a comunicare con le persone».

Crede nella sofferenza d’artista per ottenere il meglio?
«No, non proprio nella sofferenza del vivere la vita, credo piuttosto nell’essere in una posizione di squilibrio, altrimenti non salti. L’hanno detto, in maniera più memorabile, altri al posto mio. Grotowski del teatro diceva: “Se fai sempre una cosa in un posto, sei solamente un turista”».

A proposito di teatro, ha dei maestri?
«Diciamo che il mondo inizia e finisce con Anton Cecov, questo è un dato di fatto, probabilmente proprio con “Il giardino dei ciliegi”. Detto questo, sono voracemente appassionato degli arrabbiati inglesi degli anni Novanta, dei figliocci di Harold Pinter, di Pinter stesso, ma nella mia formazione c’è tanta commedia dell’arte basata su canovacci di improvvisazione e costruzioni di archetipi sociali, che poi è esattamente quello che fa Lo Stato Sociale. Tengo però a precisare che la persona che mi ha salvato la vita è il pedagogo teatrale Jurij Leonovic Al'šic (Odessa 1947, regista e teorico teatrale russo, ndr). Mi ha fatto capire che potevo farlo».

Qual è il senso di leggere in pubblico come ha fatto a “We reading”?
«Utilizzare una forma espressiva ti obbliga a venire allo scoperto, a fare capire quel che pensi e dunque da che parte stai. A quel punto posso identificarmi con una persona; e allora quella persona sopravvive alla lunghezza della rotazione radiofonica di una canzone».

Il nome Lo Stato Sociale contiene in sé una espressione politica; in questo gran scombussolamento, dove sta il valore della politica?
«Il senso della politica sta in qualsiasi gesto tu faccia; fare uscire le persone di casa, a un concerto, raccontare e informare chi ti ascolta, spingerlo a informarsi di più. Ma lo è anche mettere in discussione, in modo divertente, un modello economico basato sulla necessità di inventarsi un lavoro che non esiste e la volontà di abbandonare tutto per andare in vacanza».

Potrebbe essere una vacanza scacciapensieri da cui trarre suggerimenti per il domani?
«Ormai il sogno è di fare il turista vincendo “il gratta e vinci”, è abbandonare una competizione per la quale si è perso il senso, nel micro e nel macro. Siamo alla ricerca nemmeno più dei soldi, ma di grafici, algoritmi, di parole come “spread”, di classifiche fatte da agenzie di rating private, dentro a un modello che non ha più senso; perciò, in maniera ironica, divertente e scanzonata, raccontare la voglia di uscire da questo modello è la cosa veramente importante che può fare la musica: dirti cioè che il mondo in cui vivi non è detto che sia l’unico dei mondi possibili».

I cantautori di quarant’anni fa lo facevano in modo molto più serioso, assai meno allegro.
«Ho la sensazione che allora molti scrivessero riferendosi a persone che erano sin da prima d’accordo con loro; noi scriviamo in un mondo in cui nessuno sa che cosa pensare, né cosa dovrebbe fare; e magari scriviamo anche per persone che pensano veramente che il problema siano i 35 euro al giorno agli immigrati. Non c’è nessun motivo, però, per cui non dovremmo rivolgere loro la parola. Perché fanno parte del nostro stesso mondo, e perché si può andare a raccontare una storia in maniera diversa».

Oggi molti artisti sembrano fare leva sul “cazzeggio”, è per nascondere i pensieri?
«Il cazzeggio non è un mascheramento, è l’atteggiamento e l’attitudine con la quale oggi puoi andare a toccare le corde della riflessione. L’importante è “cazzeggiare” così tanto da non fermarsi solamente sulle stupidità; farlo su tutto per poter parlare di tutto. E allora sei effettivamente libero».

Come Stato Sociale avete modelli di cantautori che vi hanno preceduto, della vostra terra?
«La canzone “Facile” è in duetto con Luca Carboni; ci sentiamo debitori di Guccini e Dalla, e in continuità con gli Skiantos».

Ha festeggiato in tour l’1 luglio i suoi 32 anni: qual è la sua vacanza ideale?
«Sarebbe di restare cinque giorni nello studio di mio padre, che è grandissimo, con l’aria condizionata, e guardarmi le partite di basket Nba, senza nessuno che mi chiami, mentre mio padre (professore universitario, ndr) è da un’altra parte».

Che rapporti ha con la vicina Romagna?
«Ci andavo da bambino a Rimini coi nonni, quindi è il luogo dei traumi, perché dove vai da bambino è il luogo dei traumi. Mi ricordo una caviglia slogata a Cattolica, e la volta in cui a Rimini, sul terrazzo, credendolo un bicchiere d’acqua, bevvi un bicchiere di vodka di mia madre!».

È anche la terra del festival teatrale di Santarcangelo.
«Ricordo il festival, vi partecipai, credo fosse il 2008/2009 con la mia compagnia di allora, Teatro delle Quattroquarantotto, con un mio pezzo dal titolo “Ad altezza d’uomo”. Per me la Romagna è stata soprattutto importante per conoscere Brace, cantautore di Riccione che ha inventato un’etichetta meravigliosa di musica indipendente, la Tafuzzi Records. Brace è stato uno degli scopritori dello Stato Sociale».

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