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18 luglio a Cattolica

Intervista a Francesca Michielin: «Mi sento tropicale»

Francesca Michielin sarà il 18 luglio all’Arena della Regina di Cattolica. Uno spettacolo innovativo che unisce il mondo del live electronics a quello del pop-rock

di FRANCESCA MOLARI

Intervista a Francesca Michielin: «Mi sento tropicale»

Comunicare, immaginare, ascoltare: tre anime diverse racchiuse in un unico disco. “2640” (Sony Music) l’ultimo album di Francesca Michielin, sarà proposto in versione live il 18 luglio all’Arena della Regina di Cattolica. Uno spettacolo che unisce il mondo del live electronics a quello pop-rock, per una scaletta ricchissima, di oltre 20 brani, tutti suonati dal vivo, senza l’utilizzo di sequenze. La cantautrice, reduce dal singolo estivo “Tropicale” firmato da Calcutta e Dario Faini, si porterà dietro non solo il bagaglio musicale di “2640” ma anche quello visuale. L’aspetto scenografico del live ruota attorno al logo del disco, i tre triangoli simbolo (il vulcano rosso, come le parole più crude da comunicare; il mare, blu e caotico, da imparare ad ascoltare; la montagna, alta, dove si arriva sulla cima solo per provare a immaginare). Ci racconta qualcosa di più la stessa Michielin.

Francesca che emozioni ci regalerà questo tour?
«I tre triangoli simbolo del disco si illumineranno sul palco per raccontare emotivamente e graficamente questo album».

“Tropicale”, l’ultimo singolo, lo potremmo definire un brano di contrasti sentimentali?
«Sì è proprio così. È un pezzo estivo, si intitola “Tropicale” in maniera volutamente contraddittoria, ritmi estivi, caldi, ma anche il racconto di un disagio. Quella sensazione un po’ malinconica che si porta dietro l’estate, da un lato vorresti partecipare alla festa che si anima intorno a te, dall’altro ti senti inadeguato. Racconto le due facce dell’estate che poi sono anche le due facce della vita».

Ha dichiarato che voleva scappare da tutto e invece poi ha scritto questo album che parla di cibo etico, amore e sport...
«“2640”, titolo del disco, è l’altitudine di Bogotà, la città della Colombia in cui volevo scappare. Invece poi sono stata qui, ho scritto canzoni e, pur non avendo fisicamente viaggiato, ho fatto un viaggio lunghissimo dentro di me».

Di recente sul suo profilo Facebook ha espresso solidarietà ai migranti fermati in mare. È un dovere per chi fa questo mestiere non estraniarsi dal contesto socio-politico in cui viviamo?
«In realtà non mi sono mai esposta politicamente, credo soltanto che l’umanità debba essere sempre al primo posto. Sono sensibile al tema della migrazione perché ho fatto tanto volontariato. Da tempo porto in tour l’associazione “Più ponti meno muri”. Lo stesso brano “Nessun grado di separazione” raccontava di quanto sia importante abbattere frontiere e muri, in primis dentro noi stessi. Essere rock significa anche essere consapevole del mondo circostante. È sempre il concetto di umanità ciò che fa la differenza».

La prima traccia di “2640”, “Comunicare”, racchiude un po’ il manifesto dell’album. Quanto è importante oggi comunicare?
«Viviamo in un’ era in cui la comunicazione è a portata di tutti ma non siamo più capaci di comunicare guardandoci negli occhi. Dice un proverbio: “se tu non sai incontrare l’altro, non stai viaggiando, ti stai solo spostando”. La cosa più importante invece è incontrare l’altro».

È pro o contro social?
«Assolutamente pro, i social sono molto creativi, mi divertono. Non devono diventare però un modo per nascondersi dietro una tastiera. La libertà di espressione è sacrosanta, ma non deve mai prescindere dal rispetto».

Nella società attuale in cui tutto si consuma ad altissima velocità. Che cosa abbiamo perso, e cosa invece dovremmo assolutamente preservare?
«Forse abbiamo perso un po’ la curiosità, siamo poco informati, abbiamo poca voglia di ascoltare. Oggi c’è una grande autoreferenzialità, invece sarebbe proprio importante dare spazio alla dinamica dell’ascolto, chiedere meno a noi stessi come stiamo e chiedere di più agli altri come stanno».

L’album è una sorta di sua ricerca personale, ma anche universale, delle cose che contano. Che cosa conta di più per lei?
«Quello che conta di più è l’amore da un punto di vista dell’unione, di sentimento collettivo. È l’umanità. Umanità e amore si concretizzano con una profonda ricerca interiore, attraverso la realizzazione di se stessi . Una persona curiosa, che legge, assapora, coltiverà sempre un istinto nei confronti di ciò che è altro».

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