L'INTERVISTA

"Oggi voto e martedì compio un secolo"

Ginetta Piccoli tra guerre, sfoglie e merletti. "A Natale ho preparato 550 cappelletti. Il caffè alla badante lo porto io"

di ENEA ABATI

04/03/2018 - 12:49

"Oggi voto e martedì compio un secolo"

Ginetta Piccoli

RIMINI. «La felicità è difficile. Ti può capitare di afferrarla, se sei fortunato, ma poi ti sfugge subito via». Ginetta Piccoli, all’anagrafe Verginia Feligioni, oggi andrà a votare - «come ho sempre fatto dal 1948» - e martedì compirà un secolo di vita. Cent’anni sono troppi per potere raccontare di essere sempre stata felice. Nata «in centro» a Rimini il 6 marzo del 1918, mentre l’Italia combatteva la Grande Guerra, riferisce i suoi primi diciotto anni come quelli della «spensieratezza». Poi sono arrivate le «spine nel cuore» che «sono rimaste lì», a rendere le notti più complicate. La voce si strozza in gola ogni volta che ne fa cenno ma non si interrompe, va avanti come la vita, oltre le guerre, oltre il fascismo, oltre la morte di chi hai amato. La madre deceduta di parto mettendo al mondo sua sorella Rita, la scomparsa del marito Olao Piccoli quando lei aveva soltanto 38 anni, e quella della figlia Lea, sette anni fa.

Di Ginetta Piccoli sorprendono l’incredibile vitalità ed energia ma limitare il racconto ai cinquecentocinquanta (550) cappelletti che ha fatto a mano per Natale o ai padelloni di lasagne che prepara nel tempo libero per i parenti sarebbe riduttivo. A due giorni dai cento anni è una donna enormemente lucida e profonda, forte dell’esperienza ma vivace, liquida, contaminabile dal quotidiano. Viva nei sentimenti, malinconica ma fortemente nel presente. Appassionata. «Alla Formula Uno, a Valentino Rossi. E allo sci: che bella la medaglia d’oro che abbiamo vinto alle Olimpiadi».

La madre, ricordandole i natali in tempo di guerra, la definiva «un terremoto». In quasi cento anni ha fatto praticamente di tutto, «ho persino lavato i morti», sempre mettendoci corpo e anima. La ricamatrice, l’albergatrice, la contadina addirittura fino a ottantacinque anni, «poi ho detto a mio figlio che di vangare non ne avevo più la forza». Non ha invece alcun problema a tirare ancora oggi una dozzina di uova di sfoglia o a preparare corredi per i tanti nipoti e pronipoti, con o senza occhiali da vista. Dalla morte della figlia Lea, «che ha sempre vissuto in casa con me», ha una badante, ma «non scriva badante, metta dama di compagnia: sono io al mattino che le porto il caffè a letto».

Signora Gina, torniamo indietro di un secolo.

«Sono stata la quarta di cinque fratelli. All’età di 43 anni mia madre è morta mettendo alla luce mia sorella Rita. Mio padre si è poi risposato e ha messo al mondo altri cinque figli ma con loro i rapporti si sono persi».

Che infanzia è stata la sua?

«Spensierata. Ho fatto le elementari e una parte delle commerciali. Eravamo benestanti. Avevamo due macellerie, una in viale Dante e l’altra alla Vecchia pescheria: mio padre nel ‘33 girava con la Lancia, a Rimini ce n’erano soltanto due. Avevo già cominciato a ricamare e potevo permettermi di farlo solo per la famiglia. Soltanto più tardi è diventato un mestiere, aprendo un piccolo laboratorio in Corso d’Augusto dove mi davano una mano un paio di ragazze».

Nata durante la Grande guerra, si è poi sposata durante la Seconda guerra mondiale.

«Il 14 aprile del ‘41. Un anno dopo sono nati i nostri gemelli, Emidio e Maria Rosa».

Com’è stato crescerli durante i bombardamenti?

«Un’esperienza tremenda. Nel 1943 siamo dovuti sfollare ad Alfonsine, accolti in una casa di partigiani. Dentro la stalla ci stavamo in cento. Sotto il materasso dei miei figli tenevamo nascosti due partigiani ricercati. Emilio e Maria Rosa, che avevano venti mesi, li mantenevamo buoni con una tazza di acqua e vino: per fortuna non hanno mai dato nell’occhio durante i controlli. Grazie ai miei figli quei due partigiani non sono stati uccisi».

Con cosa mangiavate?

«Mentre mio marito si occupava dei bambini, io andavo al di là del fiume Po con una zattera e poi con una bicicletta a cui avevo tolto i copertoni, altrimenti me l’avrebbero portata via i tedeschi, andavo a prendere latte e cipolle, a raccogliere legna, che poi vendevo e usavo per nutrire la mia famiglia. Sono stati mesi di angoscia: mio marito pregava tutto il giorno affinché tornassi mentre dal cielo piovevano le bombe. Vedere i nostri morti attaccati su agli alberi era tremendo, angosciante. Ho lottato con grande spirito ma se ce l’abbiamo fatta è perché abbiamo trovato gente che ci ha voluto bene».

Come ha ritrovato Rimini al rientro?

«Distrutta. Per sei anni abbiamo vissuto a Viserba, poi siamo venuti qui, in via Lagomaggio, nella stessa casa in cui vivo oggi e che per trentadue anni è stata “Vitto e alloggio Ginetta”: una residenza alberghiera».

Quante persone ospitavate?

«Avevamo 17 posti letto e le altre stanze le rimediavamo dai vicini di casa. Abbiamo accolto a pranzo fino a sessanta persone che mettevamo a mangiare praticamente ovunque, anche in giardino e persino sulle scale. Col tempo è nato l’hobby di famiglia che pian piano è diventato un altro lavoro».

Quale?

«Avevamo comprato un terreno ai piedi di Montefiore, 3.600 metri quadrati su cui più avanti abbiamo costruito anche una casa: insieme a mio figlio l’ho portato avanti fino a quando ho raggiunto l’età di 85 anni».

Cosa faceva fino a quell’età?

«Di tutto: zappavo e vangavo la terra, curavo i nostri centoventi ulivi, spaccavo la legna, raccoglievo frutta e verdura. Quando non ce l’ho più fatta io abbiamo venduto tutto. Oggi faccio altro: continuo a ricamare, preparo pasta fresca, poi leggo, guardo lo sport in televisione. Restando vedova a 38 anni sono stata costretta a essere molto attiva e mi sento di esserlo ancora, per quanto possibile, coi miei acciacchi di cui comunque non voglio lamentarmi».

Com’è stata la sua salute durante questi 99 anni, 11 mesi e 28 giorni?

«Ho sofferto un po’ per un ginocchio ma niente di grave».

Mai stata in ospedale?

«Spesso... a trovare gli altri (ride). Pensi che mi è capito di scegliere un medico della mutua e poi di non andarci mai per dieci anni. “Ah, è lei? Sono dieci anni che mi domando che faccia abbia», furono le parole del dottore la prima volta che mi presentai in ambulatorio. Il medico dal quale vado ora dice che faccio concorrenza alle sessantenni. Che devo dire? Si vede che lassù non hanno posto per cui non mi hanno ancora chiamata».

Che rapporto ha con la morte?

«Alla morte non ci penso. Vivo giorno per giorno con le mie spine nel cuore: sono circondata da tante persone che mi vogliono bene ma non riesco a fare a meno di soffrire».

Come passa le notti?

«Quando mi arrivano i brutti pensieri, insonni: mi aiuto con la preghiera, sono sempre stata credente, la fede mi ha dato una grande forza. Ma per fortuna il mio sonno è abbastanza regolare. Vado a dormire verso le dieci, a volte anche a mezzanotte, e mi sveglio dopo sette, otto ore: non posso lamentarmi»

Come trascorre le sue giornate?

«Preparo il caffè per la mia dama di compagnia con cui in mattinata andiamo a fare la spesa o pagare le bollette, poi faccio un po’ di tutto. Per Natale ho preparato 550 cappelletti, tirando sfoglie per 11-12 uova. Generalmente con un po’ di aiuto di Paulina in un paio d’ore sforno due o tre padelloni di pasta al forno, lasagne o cannelloni, oppure cassoni o altro».

Non le converrebbe ricorrere a un’impastatrice elettrica?

«Non mi serve. Non sono più veloce come una volta ma me la cavo piuttosto bene».

Si concede del tempo libero?

«Certo. Leggo, guardo la televisione. Sono tifosa della Ferrari e Valentino Rossi. Mi piaceva molto Marco Simoncelli, poveretto».

Andrà a votare?

«Certo che andrò. L’ho sempre fatto in tutte le elezioni. È importante».

Sarà già a chi darà il voto?

«Ho le idee molto chiare».

Come festeggerà il suo secolo di vita?

«In un agriturismo con 74 persone tra amici e parenti, sei nipoti e dieci pronipoti. Se avessi dovuto invitare tutti saremmo stati oltre duecento ma ho preferito non mettere in imbarazzo nessuno né essere ipocrita: se una persona non la vedo da quindici o vent’anni non ha senso che la chiami per festeggiare insieme».

Cosa si aspetta di regalo? C’è qualcosa che le piacerebbe ricevere?

«Compirò cent’anni ed essendo sempre stata ambiziosa posso dire che non mi manca niente e che difficilmente riuscirò a smaltire quel che ho già. A chi mi vorrà fare un regalo comunque indicherò una cassettina per delle offerte alle varie associazioni di volontariato del territorio che aiutano le giovani mamme sole, sostengono la lotta contro il cancro o, come la papa Giovanni XXIII, pensano innanzitutto agli ultimi».

Guardandosi indietro, che vita è stata la sua?

«Spensierata fino a quando ho perso mia madre. Poi ho vissuto momenti bellissimi come la nascita dei miei figli ma nel cuore porto delle spine. La felicità ho tentato di inseguirla ma mi è sempre sfuggita via».

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