Mercoledì 22 Novembre 2017 | 02:35

Dieci anni dopo la scomparsa di don Benzi

L'eredità scomoda di un parroco rivoluzionario

Vitali, che è stato segretario personale di don Oreste, ne racconta la forza spirituale e nelle opere: «La classe dirigente gli diceva di non sconfinare»

L'eredità scomoda di un parroco rivoluzionario

RIMINI. Quello con il Don è stato un vero e proprio viaggio, nel mondo e nello spirito. Ho avuto, da suo segretario personale, la fortuna di accompagnarlo fisicamente in tutti i suoi viaggi, incontrando i potenti del mondo e, insieme, gli ultimi del mondo. Ma ho avuto soprattutto la fortuna di fare con lui un viaggio spirituale, un viaggio radicale, intenso, vissuto attimo per attimo, senza sosta e senza risparmiarsi; lo diceva sempre lui, «il tempo è la nostra vera ricchezza, non sprecarlo ma vivilo intensamente». Per questo fa ancora più effetto pensare che siano già dieci gli anni passati senza di lui.

Magistero sociale e politico

Nonostante questo, la sua è una presenza sempre più forte, sicura e viva, come testimoniano le parole a lui dedicate dal nostro Vescovo Francesco durante la celebrazione di San Gaudenzo. Ho apprezzato in particolare un passaggio iniziale del Vescovo, quando afferma che «è soprattutto il suo (di don Oreste) magistero sociale e politico che ora vorrei provare a raccogliere e rilanciare». Una rivoluzione copernicana, se si pensa che quando era in vita, buona parte della allora classe dirigente – di cui non pochi, figli spirituali del Don – lo invitava, al contrario, a rimanere ad occuparsi dello spirito, senza sconfinare nel sociale. Ovviamente i timori di allora erano quelli di un prete radicale, che non ammetteva sfumature e mediazioni quando si trattava di contrastare un'ingiustizia. I temi li conosciamo, e sono ancora - purtroppo - tremendamente attuali – dalle prostitute agli immigrati fino ai nomadi. «Io, maledetto fra i maledetti», una sua frase ripresa dal Vescovo, testimonia bene il suo vissuto rispetto alla lotta per la chiusura del campo nomadi di via Portogallo, che ho portato avanti, all'epoca, da amministratore pubblico. Ne ha sofferto molto, in vita, di questo isolamento al quale era stato in qualche modo confinato. Come ricordo, al contrario, una persona assediata dai poveri, che accoglieva sempre. Non importava se per farli entrare nelle sue stanze alla chiesa della Grotta Rossa faceva attendere qualche potente, o rinviare qualche incontro con autorità e personalità nazionali. Mi è capitato spesso di attenderlo disperatamente in macchina, orologio alla mano, per accompagnarlo in aeroporto e dover invece aspettare che lui incontrasse anche l'ultimo senza fissa dimora che incontrava sull'uscio.

Chi s’indigna non invecchia

L'attualità del suo messaggio, riscoperta anche grazie al magistero di Papa Francesco, così sorprendentemente simile dal punto di vista sia spirituale che sociale, ha però anche un altro motivo; la sua attualità. Lui mi diceva sempre che chi si indigna contro l'ingiustizia, si impegna e lotta, studiandola e analizzandola, in realtà non invecchia mai. Non basta indignarsi, bisogna andare a fondo, studiare le cause, dedicarci tempo e, soprattutto mettersi in discussione adottando anche altri punti di vista. Il suo è sempre stato un progetto e una visione a lungo termine e strutturale, per questo è sempre attuale. Non è figlio del momento, dell'attualità, non ha scadenze, è per sempre. È il contrario di quello che succede oggi, dove ci si guarda l'ombelico invece di aprirsi all'orizzonte del futuro.

Il cuore di un bambino

Mi sembra ancora di sentirmelo dire da lui, «occorre avere occhi, cuore e testa di un bambino per stupirsi ogni giorno di ciò che abbiamo di fronte, non sentirsi mai in pace con se stessi per ciò che possiamo fare contro le ingiustizie e avere la consapevolezza che, grazie alla fede, la nostra opera non è fine a se stessa ma parte di un disegno più grande di noi». Un messaggio semplice ma rivoluzionario che lui sapeva portare all'estremo, o si era con lui o contro, non era possibile stare nel mezzo.

La responsabilità scomoda

Io, che sono dalla sua parte, sento forte la responsabilità di questa eredità scomoda. Una eredità che porta necessariamente a lavorare e vivere fuori dal coro, a impegnarsi a fondo per conoscere e analizzare la società e i suoi problemi nel profondo, a mantenere l'apertura mentale in grado di costruire un futuro migliore e una società più giusta. Senza grandi proclami o bandiere, ma a partire dal quotidiano della tua famiglia, della tua casa, della tua vita.

«Se stai zitto», mi diceva «rischi meno e in vita sei santo», e poi esortava sempre a considerare i santi non come dei santini da tenere sul comodino, ma come esempi da seguire, dei modelli di vita in questa esistenza, e non nell'aldilà. Un grande intellettuale con cui ho avuto la fortuna di collaborare mi diceva che il don era «uno dei pochi preti che conosco che crede in Dio»; lo diceva sorridendo, ma era serio. Già, la fede, perché il Don è stato un grande uomo di fede e solo attraverso essa è riuscito a creare la sua «multinazionale del bene» e superare i tanti, troppi momenti difficili che ha dovuto sopportare. Solo attraverso essa ha saputo portare da una piccola periferia riminese, in tutto il mondo, un messaggio rivoluzionario di pace e condivisione che oggi viaggia su tante gambe, senza sosta e senza confini.

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