Detersivo corrosivo nell'acqua dopo il caffè

«Per l'acido bevuto ho subito 26 interventi e i 700mila euro non valgono la salute»

Il sopravvissuto: «Salvo grazie alla fortuna e al medico che mi operò. Fino adesso ho speso 150mila euro in cure»

di SIMONE MASCIA

29/04/2017 - 12:37

«Per l'acido bevuto ho subito 26 interventi e i 700mila euro non valgono la salute»

Luca Vitiello quando venne ricoverato a Riccione

RICCIONE. Sono passati 4 anni, ha subito 26 interventi e ha ricevuto 700mila euro come risarcimento. Tutto per un bicchierino di acido-detersivo servito per sbaglio in un locale di Riccione dopo un caffè. E lui, il commercialista di 52anni Luca Vitiello, lo racconta senza perdere il sorriso: «Non auguro a nessuno di passare quello che ho passato io, ma sono felice, non potrebbe essere altrimenti». Anche perché, spiega dal suo studio milanese a pochi giorni dalla morte dell’idraulico di Rimini che ha bevuto acido dentro l’aranciata, «poteva andarmi peggio e ringrazio di essere ancora vivo».

Partiamo dai soldi ricevuti come risarcimento. È soddisfatto della cifra?

«Sono tanti soldi, non c’è dubbio, ma posso assicurare che la salute non ha prezzo e quella cifra e nessun’altra vale altrettanto come stare bene. Sarebbe stato meglio non prendere niente e non attraversare il mio calvario. E poi su quella cifra di 700mila euro non è stato scritto un piccolo particolare: 150mila sono già andati via per le spese mediche. E credo che non sia poco».

Come sta adesso?

«Sto che ho subito 26 interventi in anestesia all’esofago, interventi per tentare di allargarlo. E l’esofago, ancora adesso, è compromesso: prendo due volte al giorno un protettore gastrico. Non posso mangiare cibi solidi o comunque troppo duri. Anche una fetta d’anguria per me è un rischio. Il problema poi è che appena sbaglio e tento di deglutire qualcosa che non va bene, sono costretto ad andare in bagno per cacciarmi due dita in gola e vomitare».

Ha più sentito i titolare del locale in cui le hanno servito quel bicchierino di acido?

«Sì, ero un cliente abituale, non ho nulla contro di loro, certo non vado più a mangiare o a prendere il caffè ma di sicuro mi capiscono. Però gliel’ho anche detto che non nutro rancore, non ha senso accanirsi e se il figlio del titolare, unico imputato al processo, sarà condannato io non proverò nessuna gioia. Non voglio entrare nel merito ma resta il fatto che quello che è accaduto è passato e io mi sento fortunato».

Perché scusi?

«Perché poteva finire peggio. E lo dico a pochi giorni dalla morte dell’idraulico riminese che ha bevuto quell’aranciata con acido dentro. Io sono vivo grazie alla fortuna e a un medico, Gianluca Garulli, primario del reparto di chirurgia a Riccione, che mi ha preso per i capelli salvandomi la vita. A me è andata di lusso, sono qui a parlarne e a scherzarci sopra: l’altro giorno al bar, dopo che è uscita la notizia del risarcimento ed è arrivata anche a Milano, quando ho chiesto cosa dovevo pagare per il caffè appena preso il barista mi ha chiesto 700mila euro e ci siamo messi a ridere. Il primo maggio poi sarò a Riccione, come da dieci anni a questa parte: lì ho tanti amici e continuerò ad andare e divertirmi con la mia famiglia».

Cosa ricorda quel giorno di aprile del 2013?

«Ricordo con chiarezza che ho pensato che mi stessero facendo uno scherzo i titolari del bar: appena bevuto quel bicchierino di “acqua” ho sentito sapore di sale e ho immaginato che me lo avessero messo per ridere. Ma è durato poco. Subito dopo mi sono trovato come nel film Alien. Ha presente?».

In che senso?

«Nel senso che come i personaggi di quel film di fantascienza ho sentito qualcosa dentro che bruciava, che stava per esplodere e che però non veniva fuori. Mi è uscito sangue dalla bocca ma ancora non usciva niente. Ho urlato e poi è andata com’è andata. È stato un incubo e ne sono uscito. Non è più come prima ma il peggio è alle spalle».

Da allora, a parte la salute, è cambiato qualcos’altro?

«È cambiato che adesso quando entro in un posto, anche qui a Milano, sono molto diffidente. Sono un cliente che sceglie sempre gli stessi locali, ma non posso fare a meno di annusare qualsiasi liquido mi diano. Se posso chiedo che la bottiglia che mi stanno per dare sia aperta davanti a me. E in famiglia non sono l’unico: mio figlio di dieci anni, quando gli servono una bevanda, la fa assaggiare prima a me. Dopo quello che è accaduto, lui non vuole rischiare. E fa bene».

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