Domenica 04 Dicembre 2016 | 04:52

LA RIFORMA DELL'EDITORIA

«Non c’è democrazia senza informazione»

Intervista al deputato lombardo Roberto Rampi, il relatore alla Camera della nuova legge che regolamenta il settore

«Non c’è democrazia senza informazione»

RIMINI. Mentre al Senato è in discussione la legge di riforma dell’editoria appena approvata alla Camera (dove poi potrebbe tornare in seconda lettura), il mondo dell’informazione italiana si interroga su un futuro sempre più incerto; minacciato, da una parte, dal notiziario spicciolo e gratuito (nonché talvolta impreciso o addirittura falso) fornito dal web o da una parte di esso, e dall’altra dalle nuove concentrazioni editoriali che – rafforzando sempre più i grossi e potenti gruppi – creano un mercato squilibrato dove i piccoli quotidiani, come quelli locali o no profit, rischiano di annegare combattendo una battaglia iniqua.


La ratio di questa legge, fortemente voluta dalla maggioranza ma sostenuta anche da parte dell’opposizione come Sel-Si, è proprio quella di permettere agli editori indipendenti di sopravvivere, assicurando posti di lavoro ma anche dando possibilità di espressione a voci fuori dal coro. Si chiama libertà di stampa, una libertà molto fragile e delicata, tutelata perciò dall’articolo 21 della Costituzione che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».


Relatore della riforma alla Camera è Roberto Rampi (Pd), lombardo, classe ’77, laureato in Filosofia, organizzatore culturale nonché giornalista pubblicista. È tra i più presenti in Parlamento con un indice pari al 97,61% (fonte: Openpolis).
Ieri Rampi, accompagnato dal collega deputato Tiziano Arlotti, è venuto in visita alla redazione riminese del Corriere Romagna, una delle testate interessate alla nuova legge di riforma, per un confronto con il direttore Pietro Caricato e con Luca Pavarotti, presidente della cooperativa di giornalisti e poligrafici che pubblica il Corriere, rispondendo ad alcune domande.


La maggioranza e lei in particolare vi siete molto impegnati per la realizzazione della riforma, nonostante molte voci contrarie anche all’interno del Parlamento. Posso chiederle perché?


«Sono assolutamente convinto – risponde Rampi – che l’informazione stia alla base della democrazia, anche più del voto, perché non c’è democrazia senza informazione. Il primo nucleo delle battaglie democratiche, nell’Ottocento, nasce proprio con l’avvento dei giornali».


E qual è il ruolo dei giornali locali?


«Il lavoro svolto dai giornali, soprattutto da quelli locali, è fondamentale, e alimenta anche tutta l’altra informazione. Sono questi i giornalisti che stanno sul campo e che trovano le notizie, notizie che vengono poi rimbalzate dagli altri mezzi di comunicazione. Per questo l’informazione deve rimanere libera».


È per questo che avete deciso di sostenerla?


«Il ragionamento che abbiamo fatto è questo: il fatto di poter avere una parte di finanziamento pubblico è una porta di libertà. Perché l’informazione non deve stare attenta solo al potere politico, ma anche a quello economico, e aggiungerei che anche la dipendenza dai lettori andrebbe valutata bene. Se un giornale dipende solo dal suo pubblico, rischia di lisciare il pelo al lettore. Perciò, paradossalmente, un giornale dovrebbe raggiungere l’indipendenza persino dai suoi stessi lettori. I quali ti dovrebbero leggere perché dai informazioni corrette, siano esse belle o brutte, non perché piace quello che scrivi».


Quando pensa che la riforma diventerà effettivamente legge dello Stato?


«La legge è stata a lungo dibattuta alla Camera. Non sappiamo ancora se al Senato vi saranno nuovi emendamenti ma nel caso, se si riesce a tornare in seconda lettura alla Camera entro l’estate, i tempi di approvazione saranno brevi. Contiamo di entrare a regime tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017».


Un punto dolente, però, è che – al di là della riforma che se tutto va bene partirà tra 8 mesi – il Governo non ha ancora provveduto a erogare le risorse per i contributi 2015, cioè l’anno già passato. Questo significa che, se questi soldi non verranno trovati, molte aziende che ovviamente li hanno già spesi saranno costrette a chiudere, e la riforma rischierà così di essere una scatola vuota, piena solo di buone intenzioni ma priva di reale efficacia.


«Ne siamo consapevoli, e la volontà del Parlamento – avendo votato una legge di questo tipo – dà indicazioni chiare al Governo sul fatto che occorra accompagnare il mondo dell’editoria fino all’entrata in vigore della riforma. Sarebbe assurdo non farlo e abbandonare l’intero settore proprio in questo anno-ponte. Siamo tutti impegnati per far sì che questo si compia e sono convinto che lo faremo».


Un aspetto che suscita qualche perplessità è l’eccessiva discrezionalità che la legge lascia in mano al governo: c’è sempre la possibilità che esecutivi molto sensibili alle critiche tarpino le ali a voci considerate non amichevoli.


«Il Parlamento ha dato al Governo un indirizzo molto preciso e puntuale, ma lasciando la possibilità di tarare e correggere in corso d’opera, perché il livello attuativo spetta all’esecutivo. Abbiamo scelto di non entrare nel merito di alcune questioni – come quella del tetto minimo di finanziamento, o del diritto soggettivo – per poter arrivare in tempi rapidi all’approvazione delle legge, che mi sembra il traguardo più importante. È chiaro che un governo “nemico” della stampa potrebbe sempre affossare la legge, cambiarla o farne un’altra. Ma io sono ottimista, anche per quanto riguarda il reperimento delle risorse con cui finanziare la legge, che sono certo ci saranno. Quello che è avvenuto sul canone Rai è un piccolo intoppo (il Consiglio di Stato ha chiesto alcune modifiche alla norma sul pagamento in bolletta, ndr) che si risolverà, e da lì arriveranno risorse per l’editoria. Sono anche molto contento per la condivisione ampia che la legge sta riscuotendo, e che solo un anno fa era impensabile, persino nel mio stesso partito. È stato un lavoro lungo e faticoso, ma fruttuoso».

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