Sabato 03 Dicembre 2016 | 03:25

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TERRORISMO

Un 40enne nel mirino della Digos

Sequestrati nei giorni scorsi computer, tablet e smartphone a un immigrato residente da anni in città

Un 40enne nel mirino della Digos

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RAVENNA. Avrebbe avuto contatti e anche un ruolo operativo con un’organizzazione terroristica operativa in Iraq. Una nuova indagine della Digos, questa volta di Bologna, torna a proporre Ravenna come crocevia del fondamentalismo, dopo la scoperta un anno fa di una cellula jihadista attiva in città e a poche settimane di distanza dal 30enne pachistano sospettato di essere un addestratore di estremisti. Stavolta nel mirino dell’intelligence è finito un quarantenne di origini curde da decine di anni trapiantato in Romagna.

L’uomo, assistito dall’avvocato Aldo Guerrini, si è visto recapitare un provvedimento di perquisizione firmato dal sostituto procuratore della Procura di Bologna che si occupa di terrorismo, Antonio Gustapane che ha portato nei giorni scorsi al sequestro di computer, cellulare e tablet in suo possesso, materiale che ora sarà analizzato dagli inquirenti. Nell’atto si farebbe inoltre riferimento a una somma di denaro e a parte di bottino di guerra a ricompensa dell’attività svolta. Massimo come ovvio il riserbo in merito, in attesa di capire il ruolo dell’indagato che, da quanto è trapelato, avrebbe collaborato con una non meglio precisata organizzazione operativa in Medioriente. Difficile però pensare che possa trattarsi dell’Isis, considerando i contrasti tra peshmerga e jihadisti.

Il caso ricorda però quello del mese scorso, quando fu indagato un 30enne pachistano, sospettato di essere un reclutatore di combattenti; al ragazzo, operaio in un’azienda della zona, è stato contestato il reato previsto dall’articolo 270 quinquies che punisce chi addestra o fornisce informazioni e istruzione per il compimento di atti con finalità terroristiche che prevedono l’uso di materiali esplosivi e armi da fuoco. Nel suo caso il materiale sequestrato è già stato analizzato e si attende ora l’esito degli accertamenti per capire se si sia limitato alla condivisione di posizioni estremiste via web con terze persone o se, come lascia presagire il capo d’imputazione, abbia invece avuto un compito operativo. Una figura atipica la sua; apparentemente un insospettabile, il pachistano, arrivato in Italia nel 2013, da un anno e mezzo si trova ai domiciliari in attesa del terzo grado di giudizio per una presunta violenza sessuale per la quale è stato condannato in primo grado a quattro anni e mezzo di reclusione, pena ridotta in appello a due anni e otto mesi. (gi.ro.)

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