Lunedì 05 Dicembre 2016 | 13:32

IL GIRO DEL 1999

Attorno a Pantani clima di minacce, la camorra resta una ipotesi credibile

Spunta una nuova intercettazione ma la Procura chiede di archiviare

Attorno a Pantani clima di minacce, la camorra resta una ipotesi credibile

L'avvocato De Renzis con i genitori di Marco Pantani

FORLÌ. Se ci fu la camorra dietro l’esclusione di Marco Pantani dal Giro d’Italia 1999, pilotando l’alterazione dell’esito del prelievo di sangue effettuato la mattina del 5 giugno, giorno della tappa di Madonna di Campiglio - ed evitando, così, una sorta di bancarotta per l’eccessivo aumento di scommesse clandestine sulla vittoria del Pirata - non è possibile dimostrarlo. Certo è che attorno al ciclista e al suo entourage si respirava un’aria pesante, fatta di intimidazioni e minacce.

Un clima terribile non sufficiente, però, a far evitare alla Procura di Forlì di chiedere l’archiviazione dell’indagine per associazione a delinquere, minacce, estorsione e frode sportiva che aveva preso il via nell’agosto 2014 dopo che la madre del campione, Tonina Belletti, aveva riferito di intimidazioni subite dal figlio e da altri soggetti che non avevano mai sporto denuncia in tutti questi anni.

Dichiarazioni avvalorate da quanto Renato Vallanzasca raccontò alla donna nel 2007 in una mail con cui affermava che nei giorni di quel Giro «aveva ricevuto confidenze da un altro detenuto circa il fatto che Pantani non sarebbe mai arrivato a Milano» e che per questo gli aveva consigliato di scommettere sulla sua sconfitta per guadagnare un bel po’ di soldi. Affermazioni ribadite dall’ergastolano sia al giornalista sportivo Davide De Zan nel febbraio 2014 per lo speciale televisivo sul decennale della morte di Pantani sia nell’ottobre di quell’anno ai Carabinieri dell’Ufficio di Polizia giudiziaria del Tribunale che lo hanno incontrato nell’ambito dell’inchiesta. Militari che, ed è questa la novità che emerge dalle carte della Procura, hanno trovato un riscontro possibile nella telefonata fatta da un ex compagno di carcere del “bel Renè” - ascoltato insieme ad alcuni altri detenuti con lui nel 1999 nella Casa circondariale di Novara - che, dopo essere stato sentito sulla vicenda, il 23 ottobre confidò alla figlia la convinzione che la camorra avesse agito per escludere Pantani dal Giro «cambiando le provette e facendolo trovare dopato», per evitare che l’enorme volume di scommesse sulla sua vittoria facesse saltare il banco clandestino. Dialogo carpito nell’ambito di intercettazioni telefoniche legate ad un’altra inchiesta. Alla domanda della giovane rivolta al padre «ma è vera questa cosa?», l’uomo aveva risposto con cinque perentori “sì”. Uno scenario inquietante descritto in modo analogo da un altro detenuto affiliato ad un clan della camorra, poi divenuto collaboratore di giustizia, che l’11 novembre sempre del 2014 ha raccontato agli inquirenti forlivesi che quando si trovava nel carcere di Secondigliano altri tre reclusi gli dissero che «se Pantani vinceva, la camorra avrebbe dovuto pagare miliardi in scommesse clandestine e rischiava la bancarotta».

Per quanto riguarda le ipotetiche intimidazioni ai medici presenti al prelievo di sangue, che li avrebbero potuti indurre a manipolare la famosa provetta, Mario Spinelli, Eugenio Sala, Michelangelo Partenope e Antonio Coccioni, sentiti nel maggio scorso, hanno tutti confermato quanto già dichiarato nel processo svoltosi nel 2003 davanti al Tribunale di Trento che vedeva Pantani imputato per frode sportiva, assolto al termine del dibattimento perché il fatto non era previsto dalla legge come reato. «Le loro dichiarazioni - sottolinea la Procura - non hanno fornito elementi utili ai fini delle indagini e non sono stati in grado di ricordare circostanze più precise a causa del tempo trascorso. Sul punto quindi l’ipotesi investigativa non ha trovato confortanti riscontri».

Insomma, uno sforzo investigativo che non ha lasciato nulla di intentato e che, in conclusione, fa dire al procuratore Sergio Sottani, e al sostituto Lucia Spirito - titolari dell’inchiesta - «che appare credibile che reiterate condotte minacciose siano state poste in essere nei confronti di vari soggetti coinvolti nel prelievo ematico del 5 giugno 1999. Il movente, però, rimane avvolto nel mistero, anche se qualche squarcio appare da dichiarazioni rese da persone informate sui fatti. Tuttavia gli elementi acquisiti non sono idonei ad identificare gli autori dei reati ipotizzati e di competenza di questa autorità giudiziaria».

Ora gli atti verranno trasmessi al gip Monica Galassi che, prima di decidere, potrà vagliare eventuali memorie dell’avvocato dei Pantani, Antonio De Renzis.

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