LO SFOGATOIO

La camera della rabbia vuol diventare franchising

Cristian Castagnoli ora vende il "pacchetto" per ricreare la stanza dove sfasciare tutto

di LAURA GIORGI

03/03/2016 - 12:27

La camera della rabbia vuol diventare franchising

FORLÌ. La clientela non mancherebbe affatto. Ma da giugno dello scorso anno la “camera della rabbia” forlivese è chiusa. A portare in Italia questo singolare antidoto allo stress era stato nel 2014 il forlivese Cristian Castagnoli che non ha abbandonato l’idea, anzi ne ha fatto un marchio registrato e ora sta cercando di avviare una catena di “sfogatoi” in franchising.

La camera della rabbia è appunto una stanza in cui entri imbracciando una mazza e sfasci tutto quello che trovi. A seconda di quanta roba vuoi spaccare e di quanto tempo credi che ti serva per farlo, paghi più o meno, indicativamente dai 15 ai 35 euro, da 10 a 25 minuti. Una media di dieci persone al giorno per circa due anni e mezzo lo ha fatto in una stanza a Vecchiazzano. «Il primo anno è passato un po’ in sordina, poi se ne sono accorti tutti, anche i giornali nazionali, e nel secondo anno viaggiavo al ritmo di 20/25 persone al giorno - spiega Cristian Castagnoli -. Anche oggi la clientela ci sarebbe, continuano a telefonare da tutta Italia, non solo da Forlì e provincia, ma devo dire che la camera è chiusa. Il mio esperimento è andato bene, ho messo a punto un format che in Italia non esiste e credo anche nel resto del mondo, non con i parametri di sicurezza che garantisco io. Ora voglio vendere l’idea, e questo impegno non mi consentiva di gestire contemporaneamente la stanza, che richiede un certo lavoro». Perché in questa si sfasciano mobili, bottiglie, suppellettili, quello che l’allestitore mette a disposizione, raccolto fra mercatini dell’usato e sgombrarobe, ma lo si fa con un casco in testa, ginocchiere, scarpe antinfortunistiche, insomma con una corazza ad hoc. Ora Castagnoli cerca di vendere il suo stesso prodotto in altra maniera, tramite catalogo, pacchetti, marchio e prestazioni di assistenza. «Al momento lo stiamo promuovendo offrendo al primo contratto, che ha durata di tre anni, la possibilità di utilizzare il marchio senza pagare royalties - spiega l’imprenditore che mette a frutto un sentimento tanto diffuso e incentivato da certi stili di vita che molti oggi condividono -. Contatti ne ho presi molti, specie in nord Italia; aspetto la firma del primo contratto. Magari qualche giovane imprenditore under 30 coglie l’occasione di finanziamenti ad hoc e si butta. Ripeto, la richiesta c’è».

Il bisogno catartico di colpire qualcosa ma non qualcuno, di trasformare in gioco un’angoscia, di mutare la rabbia in energia senza far male a nessuno, ma facendo guadagnare qualcuno sì.

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