Sabato 01 Ottobre 2016 | 03:30

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GLI EFFETTI DELLA CRISI

"Strage" di frontalieri sul Titano

Rappresentano l'80 per cento di chi ha perso il lavoro

"Strage" di frontalieri sul Titano

SAN MARINO. Pesa in gran parte sulle spalle dei lavoratori italiani, in maggioranza riminesi, la crisi occupazionale a San Marino. Circa l’80 per cento dei dipendenti che negli ultimi sei anni hanno perso lavoro è frontaliero, ovvero non è cittadino sammarinese: 1.519 su 1.958 licenziati totali, con una perdita in numeri assoluti di 1.212 lavoratori che ogni mattina attraversavano il confine, scesi da 6.605 a 5.393. E proprio per tutelare queste migliaia di lavoratori, che rappresentano circa il 28 per cento della forza lavoro del Titano (secondi gli ultimi dati dell’Ufficio statistica i dipendenti totali sono 18.560) la consigliera regionale del Pd Nadia Rossi ha presentato una risoluzione all’Assemblea legislativa per far sì che la Regione coinvolga il Governo perché «finalmente Italia e San Marino trovino una linea comune in grado di stabilizzare le condizioni dei lavoratori frontalieri, che rappresentano una risorsa per entrambi gli Stati, riconoscendo loro maggiori garanzie e un trattamento equo».

«Da un lato - sottolinea Rossi - le normative sammarinesi in materia di avviamento lavoro prevedono, nelle crisi aziendali, la salvaguardia delle maestranze residenti in territorio. Dall’altro, ancora oggi, i lavoratori frontalieri hanno una tipologia di assunzione che non prevede alcun tipo di stabilizzazione, rendendone più facile l’espulsione».

Ricollocamento. A San Marino (ad esclusione dei lavoratori frontalieri stabilizzati che siano stati collocati in mobilità a fronte di licenziamenti collettivi) «per potersi iscrivere alle liste di avviamento al lavoro – spiega la Rossi - è necessario essere anagraficamente residenti, e non viene tenuto conto in alcun modo della storia lavorativa della persona. Un aspetto che contrasta anche con la normativa Ue che regola la materia».

Allo stato attuale per i lavoratori transfrontalieri, la maggior parte dei quali impiegati nel settore manufatturiero, la situazione è ancora precaria, in particolare dal 2011, anno che coincide con la scadenza fissata dalla precedente norma di stabilizzazione. Tale norma di infatti collegava l’eventuale proseguimento del riconoscimento di questo diritto alla sottoscrizione dell’accordo in materia economico-fiscale tra Italia e San Marino, oltre che all’uscita di quest’ultimo dalla black list italiana. «Condizioni tutte raggiunte – sottolinea ancora la Rossi, non vi sono quindi più ragioni per tenere bloccato il percorso di stabilizzazione dei lavoratori frontalieri».

Documento del Csir. La risoluzione viene accolta con soddisfazione dal presidente del Csir (Consiglio sindacale interregionale San Marino – Emilia Romagna e Marche) Ivan Toni dato che raccoglie in toto il documento programmatico con il quale il sindacato aveva già tentato di aprire un confronto con governo sammarinese e autorità italiane. «E’ molto importante per noi l’impegno del consigliere Rossi, attraverso la risoluzione speriamo che il nostro governo intraprenda una strada di regolarizzazione del lavoro frontaliero». Oltre ai problemi fiscali e sul fronte degli ammortizzatori sociali «sui lavoratori frontalieri pesa anche la difficoltà di ricollocazione dopo l’interruzione di un rapporto di lavoro - spiega Toni - non essendoci la possibilità di iscriversi alle liste di collocamento praticamente vengono tagliati fuori dal mondo del lavoro sammarinese».

Oltre alla stabilizzazione, la risoluzione presentata all’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna chiede che si faccia chiarezza anche sul fronte degli ammortizzatori sociali. Attualmente le maestranze espulse dal mondo del lavoro stabilizzate prima del 2011 hanno diritto al riconoscimento dello stato di mobilità (70% della sua retribuzione per 12 mesi) ed alla ricollocazione. Terminato il periodo di mobilità, tuttavia, le diverse normative dei due Stati rispetto alla disoccupazione creano una disparità di trattamento: se infatti da una parte lo Stato Sammarinese infatti prevede per i residenti ulteriori 9-12 mesi di indennità economica di disoccupazione, le normative italiane di fatto precludono ai lavoratori il riconoscimento di alcuna indennità. I lavoratori non stabilizzati, che sono la maggioranza, hanno diritto a 3 mesi di cassa integrazione e successivamente alla indennità economica di disoccupazione, ma avranno scarsissime possibilità di essere ricollocati nel territorio sammarinese.

Fisco e contributi. Altri due problemi che vanno affrontati e risolti attraverso un accordo fra Stati riguardano l’aspetto fiscale e quello del riconoscimento da parte della Rsm degli istituti previsti da entrambi gli Stati per il lavoratore che abbia un figlio invalido a qualsiasi titolo. «Circa la problematica fiscale - conclude la consigliera riminese - occorre che lo Stato italiano stabilisca definitivamente l’ammontare della franchigia e che sancisca il principio della sua rivalutazione in base all’andamento del costo della vita. Mentre sulle modalità di pagamento delle imposte, va superata l’attuale tipologia, alquanto complessa, e occorre modificare la norma per evitare che il lavoratore frontaliero debba subire la tassazione sui propri redditi da lavoro dipendente secondo regole che sono state calibrate per i lavoratori autonomi. Quanto invece al riconoscimento dell’invalidità del figlio da parte della Repubblica di San Marino, il problema nasce dal fatto che lo stato sammarinese esige che la dichiarazione della suddetta invalidità avvenga da parte del proprio ente previdenziale (Iss), cosa impossibile per chi non è assicurato con tale ente, in quanto residente in un altro Stato”».

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