Domenica 04 Dicembre 2016 | 07:02

AZIENDE IN IRAQ

«Militari Italiani per difendere il cantiere Trevi»

Renzi schiera 450 soldati contro il pericolo degli attacchi Isis

«Militari Italiani per difendere il cantiere Trevi»

CESENA. «In Iraq con 450 uomini per difendere un cantiere della Trevi di Cesena».

L’Italia scende in guerra contro lo stato islamico e lo fa con un annuncio del presidente del Consiglio Matteo Renzi su Rai Uno, ieri sera a Porta a Porta di Bruno Vespa.

I 450 uomini verranno inviati in una delle aree più calde dell’Iraq: la diga di Mosul, in piena area contesa dall’Is.

«L’Italia non sarà solo in Afghanistan, Libia, Kosovo - ha spiegato Renzi - ma anche in Iraq con una operazione importante nella diga di Mosul, nel cuore di un’area pericolosa, che rischia il crollo con la distruzione di Bagdad. Una azienda di Cesena, la Trevi, ha vinto questa gara d’appalto e metteremo 450 uomini a presidio. Metteremo a posto la diga».

La ditta è la Trevi, già in passato, è stata attiva in Iraq. Anche in epoche pre e post belliche. Non più tardi di due giorni fa anche il presidente americano Barack Obama aveva citato l’Italia tra i Paesi che si stanno impegnando nella lotta comune contro l’Isis.

«Il compito della missione - spiegano fonti qualificate citate dall’Agenzia Ansa dopo l’annuncio di Renzi - sarà di evitare che la diga di Mosul possa entrare nel mirino di terroristi e far sì che i lavori di risistemazione di questa infrastruttura vitale per l’Iraq - a cura della ditta cesenate che ha vinto l’appalto - possano partire. I 450 militari si aggiungeranno così ai 750 che partecipano all’operazione “Prima Parthica”, sempre nell’ambito della coalizione contro lo Stato Islamico. La diga è pericolante e rischia di crollare. C’è bisogno di vigilanza armata per proteggerla da attacchi terroristici e l’Italia si è presa questo incarico, cui parteciperanno anche militari di altri Paesi. Con il contingente a tutela si potranno far partire i lavori di questa grande infrastruttura, importantissima per il Paese. I tempi tecnici per l’invio dei militari richiederanno qualche settimana».

E’ un deciso salto verso la guerra per l’Italia. Visto che Mosul è una delle roccaforti dell’Is. Attualmente il grosso del contingente nazionale è impiegato tra Erbil (Kurdistan iracheno) e Bagdad, con funzioni prevalentemente di addestramento.

Il “rapporto” fra la Trevi e Iraq parte da molto lontano. Nel 2008, con Drillmec siglò un accordo con Iraqi Drilling Company per la fornitura di 6 impianti per la perforazione, per un valore di oltre 100 milioni di dollari. E nell’autunno del 2011, la società di Cesena era stata molto vicina anche all’ appalto della diga di Mosul, che però sarebbe poi sfumato. Nel novembre di quell’anno, Trevi spiegò in una nota ufficiale che «Una aggiudicazione legalmente valida e definitiva da parte degli organi governativi iracheni competenti non era ancora avvenuta» con il processo di negoziazione «da ritenersi ancora in atto».

Quattro anni dopo il nome di Trevi è rispuntato nel contesto iracheno, quando gli Usa fecero sapere il loro apprezzamento per la disponibilità manifestata dal gruppo di Cesena per il consolidamento della diga di Mosul, attualmente pericolante e a costante rischio di crolli. Una diga di Mosul è strategicamente fondamentale per gli approvvigionamenti energetici del Paese.

La battaglia per strappare territorio all’Isis in Iraq è sempre più intensa. Sessantacinque soldati iracheni impegnati nell’offensiva per strappare la città di Ramadi alle milizie dello Stato Islamico sono rimasti uccisi in 12 attacchi suicidi compiuti dai jihadisti negli ultimi due giorni.

Sempre negli ultimi giorni, l’esercito iracheno sostenuto dai raid aerei della coalizione a guida Usa hanno circondato Ramadi, ma nessuno azzarda ipotesi sui tempi per la sua definitiva riconquista. Mentre a 50 chilometri a sud di Mosul, gli intensi bombardamenti della coalizione internazionale e dell’aviazione irachena, pur provocando forti perdite fra i militanti dello Stato Islamico, hanno costretto oltre 500 civili a lasciare le loro case nella città di Qayara per rifugiarsi nei villaggi vicini. Nel frattempo, il governo di Bagdad rinnova la richiesta alla Turchia per un “completo ritiro delle sue truppe dal territorio iracheno”.

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