Lunedì 26 Settembre 2016 | 00:31

MORCIANO

Lucia Annibali: «Ho perso il mio volto ma ora ho una vita più ricca»

L'avvocatessa pesarese vittima di un agguato con l'acido racconta la sua esperienza giudiziaria come parte offesa

Lucia Annibali: «Ho perso il mio volto ma ora ho una vita più ricca»

MORCIANO. Una serie di foto abrase e modificate al punto di cancellare i volti delle persone ritratte: al loro posto una scritta battuta a macchina in inglese: “Tutto sarà portato via”.

L’evocativa opera dell’artista americana Adrian Piper, celebrata alla Biennale di Venezia trova il suo contraltare nella testimonianza di Lucia Annibali, l’avvocatessa di Urbino sfregiata a Pesaro con l’acido da due sicari ingaggiati dall’ex Luca Varani (legale all’epoca dei fatti iscritto al Foro di Rimini). Non solo la vile aggressione non le ha strappato l’identità che la società attuale lega spesso all’immagine, ma le ha restituito il senso profondo dell’esistenza e la sua battaglia a testa alta riguarda le coscienze di tutti, costretti a fare i conti con le prevaricazioni quotidiane. L’incontro con la giovane donna, ieri al parco del Conca di Morciano, è stato il momento più emozionante della giornata conclusiva del ’Valconca summer festival’, manifestazione dedicata ai giovani del territorio. Lucia Annibali ha descritto per la prima volta in pubblico le sensazioni vissute come parte offesa nel processo che ha portato alla condanna del mandante a venti anni e degli esecutori materiali a dodici anni ciascuno. «E’ molto complicato vivere lo stato di vittima, non solo per lo sforzo dovuto al tentativo di attingere continuamente alla forza interiore e fare i conti con il dispendio di energie fisiche, ma perché in un processo si ha la sensazione di doversi difendere: me ne sono fatta carico senza piangermi addosso. Eppure se non piangi, non strilli, non sei disperata sembra quasi che tu soffra di meno. Non mi sono nascosta, né ho cercato di suscitare la pena di nessuno in aula. Mi sono rifiutata di indossare maschere, bastava guardarmi. Alla vittima capita di venire aggredita in aula nel tentativo di toglierle credibilità, si insinua che con il suo comportamento abbia contribuito a quanto le è accaduto». E la riaffermazione del principio di legalità, attraverso la sentenza di condanna? «La pena è quello che il sistema prevede. Non ti risarcisce delle sofferenze, ma riconosco che è stato un segnale di rispetto nei miei confronti: spero che la Cassazione possa confermare i verdetti». Dagli imputati non sono arrivate scuse né segni di pentimento: «Non mi aspettavo il loro pentimento. Ma mi ferisce che non abbiano mostrato alcun dispiacere per quello che ho vissuto. La loro incapacità di mettersi nei panni miei e in quelli dei miei genitori». Il coraggio di Lucia è fonte di ispirazione per tante persone. Strette di mano e sorrisi sono tutti per lei, «Ho perso tanto: il volto con cui sono nata, il volto che ho avuto per trentacinque anni. Ho perso un volto normale, perché un volto ricostruito normale non lo sarà più. Ma ho anche trovato molto: una vita più ricca. Di sentimenti, di affetto, di amici, di incontri. E la scoperta di poter contribuire alla vita degli altri». All’incontro, che si è svolto nell’ambito di una delle varie tavole rotonde dedicate alla legalità, hanno partecipato il prefetto di Rimini Giuseppa Strano e il sostituto procuratore di Rimini Paolo Gengarelli, il vice questore vicario della questura di Rimini Eliseo Nicolì e don Massimiliano, parroco Chiesa San Michele Arcangelo di Morciano. Gengarelli si è soffermato sul concetto di “cultura della legalità” da contrapporre alla “cultura dell’impunità” a partire dal puro e semplice rispetto delle regole come il “mettersi della fila”. Della buona prassi in tema di pubblica amministrazione, infine, con efficacia e chiarezza, hanno parlato gli altri relatori.

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