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Spedizione umanitaria in Perù. «Lezione di vita, spero di riverla presto»

La fisioterapista Cosetta Marina Matassoni è tornata dopo due settimane nel villaggio di Encanada

di PIERO GHETTI

12/08/2018 - 08:04

Spedizione umanitaria in Perù. «Lezione di vita, spero di riverla presto»

FORLIMPOPOLI. «È stata una lezione di vita, spero di rivivere presto quell’esperienza». Cosetta Marina Matassoni, fisioterapista di Forlimpopoli attualmente in servizio all’Asl Romagna, è appena rientrata da due settimane trascorse in Perù nell’ambito della spedizione umanitaria capitanata dal dottor Germano Pestelli, volta a formare operatori alla riabilitazione comunitaria (Rbc).

La località

Teatro di operazioni dell’ex direttore di Medicina Riabilitativa all’ospedale “Morgagni Pierantoni” e della terapista forlimpopolese, è stato il villaggio di Encanada, distretto di Cajamarca, a 3.100 metri di altezza. In questa località, situata in una delle zone più povere del paese andino, da qualche anno opera la missionaria laica trentina Daniela Salvaterra, che ha istituito una casa intitolata a Madre Teresa di Calcutta per l’accoglienza di disabili, prevalentemente minori. L’anello di congiunzione tra i forlivesi e Daniela è stato don Antonio Dotti, giovane parroco della parrocchia di San Pietro in Vincoli a Limidi di Soliera, in provincia di Modena. Il sacerdote, in appoggio a Germano Pestelli e Cosetta Marina Matassoni ha inviato a sua volta due volontari, Federica e Patrizia.

Il racconto

«Non avevo mai operato in Perù – confessa Cosetta – e il mio primo approccio è stato positivo, con i balli e i canti dei ragazzi ospitati nella casa di Daniela». La forlimpopolese si commuove per il calore dell’accoglienza, ma le basta poco per accorgersi della gravità delle disabilità presenti: si tratta di problematiche motorie, intellettive e psichiche, ma anche di turbe comportamentali dovute molto spesso a violenze familiari. «Trasmettere la riabilitazione comunitaria ad operatrici ma soprattutto a mamme, mi coinvolge – annota Cosetta – c’è grande partecipazione e le madri portano dietro i figli, si mettono in gioco, provano a muoverli e a posizionarli dopo aver ascoltato le nostre istruzioni».

Il lavoro

Dopo pochi giorni dall’arrivo di Cosetta e Germano ad Encanada, il passaparola fra i nativi delle Ande peruviane porta all’esterno dell’ambulatorio molte altre mamme: «Alcune vengono da molto lontano, con il loro piccolo avvolto in una tela sulle spalle. Lavoriamo senza tregua mattina e pomeriggio anche la domenica ....quanti bambini».

Lo sconcerto

Il gruppo umanitario si sposta anche nei villaggi vicini: «Andiamo nelle case di fango e lì incontriamo Marco, paralizzato dalla nascita ai quattro arti. Il ragazzo giace su di un cuscino enorme in un angolo dell’abitazione. La scena che appare ai nostri occhi è sconvolgente: umidità, scarsità di luce e coniglietti che vivono all’interno in promiscuità con gli abitanti». Come capitava anche nell’Italia del primo dopoguerra, c’è vergogna a mostrare il figlio disabile: «Alla fine riusciamo a convincere i genitori a portare Marco fuori casa su un tappeto: lì inizio la fisioterapia. Marco, circondato dai fratelli sembra a suo agio e scatta un sorriso. Prima di andarcene gli lasciamo una carrozzina: ora potrà vedere il mondo da seduto».

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