FORLI'

Nino Fiumana apre la sua palestra a bambini e adolescenti. «Il bullismo c'è sempre stato, adesso il vero pericolo sono le chat e i social network»

Nino Fiumana apre la sua palestra a bambini e adolescenti. «Il bullismo c'è sempre stato, adesso il vero pericolo sono le chat e i social network»

FORLI'. Imparare a usare la forza per capire come gestirla e riuscire, anche davanti a fenomeni odiosi come il bullismo, ad evitare di farvi ricorso. Per quello, eventualmente, esistono luoghi e situazioni “codificate”, non certo quella società dove sempre più spesso aggressività e violenza dilagano anche tra le fasce più giovani, e spesso giovanissime, della popolazione. Situazioni che non sono più “ai margini”, ma dentro la nostra quotidianità.

Nobile arte

Sarà anche per questa ragione che anche a Forlì aumentano i corsi improntati alla “difesa personale”. Chi li frequenta e cosa cosa vi si impara? Cerchiamo di scoprirlo partendo dalla disciplina che per antonomasia “usa le mani”, ma insegna a muoverle solo in un ambito e a uno scopo ben precisi: una palestra, un sacco, un ring e un avversario, sportivo, da sconfiggere.

È il pugilato, che a Forlì ha una tradizione antica e importante portata avanti dal 1947 dall’Edera Boxe, una società che, dopo un periodo di difficoltà, sta rialzando la testa. Sia dal punto di vista agonistico, sia e forse soprattutto, per il radicamento e la sua funzione sociale. Entrando nella grande palestra che l’Edera Boxe da 5 anni occupa in via del Portonaccio (alla palestra Body Planet) si nota proprio questo: lì c’è ed è rappresentata la città. In tutte le sue anime.

I maestri

Scordatevi gli ambienti angusti, bui, fumosi e dai muri scrostati delle periferie metropolitane e dei film di genere. L’Edera Boxe ha a disposizione una moderna e ampia sala da 350 metri quadrati dove si suda, si fatica, ma prima di tutto si esprimono e si insegnano “Passione e Volontà” come recita il dépliant dei corsi rivolti a tutte le fasce d’età. Compresi i bambini dagli 8 ai 12 anni. Di questi ne sono iscritti addirittura una quindicina.

A ridare lustro a questa disciplina stanno provando Nino Fiumana e Gino Mustillo «Siamo ripartiti da zero, ma non potevamo non provarci proprio per il valore sociale che la boxe ha sempre avuto e ha tuttora – spiega Mustillo –. Lo dimostrano i nostri corsi che hanno tariffe davvero basse proprio per permettere a tutti di avvicinarsi a questo che è un ambiente sano e nel quale si impara. Il valore delle regole in primis».

Umanità varia

La si potrebbe chiamare “disciplina”, ma in fondo è la stessa cosa. A Forlì, però, la palestra di pugilato non è un ricettacolo di sbandati da riabilitare. «Ragazzi problematici? No, da noi vengono tutti – dichiara Fiumana –. Ci sono bambini e bambine, c’è il figlio dell’operaio e del primario ospedaliero, lo studente di Ingegneria aerospaziale e il carabiniere, il professore con suo figlio. Poi ci sono anche ragazzi vivaci, che qui possono sfogarsi nello sforzo fisico, ma ai quali, come a tutti, poniamo regole da rispettare». Quali? «Qui si entra dicendo “Buonasera” e si esce facendo altrettanto, si fa gruppo e si impara ad essere sotto controllo. La vera differenza tra un ragazzo violento e una persona tranquilla, la fa sempre fa la testa, non i muscoli». E Mustillo aggiunge: «Noi insegniamo a colpire, ma quando sai di poter fare male, sai anche che devi evitarlo».

Insidie nascoste

E questo serve nella vita? Contro i “bulli”? «Il bullo è un vigliacco che si fa forza della presenza del branco e per esperienza posso dire che spesso è di buona famiglia – afferma Fiumana –. A Forlì questi episodi non credo siano aumentati rispetto al passato. È cresciuto, invece, un altro problema ancora più grave: la dipendenza dalla tecnologia da dove arrivano i veri pericoli per ragazzi sempre più inerti e indifesi davanti alle minacce delle chat e dei social network. È una minaccia invisibile, che lascia, però, più ferite di un pugno».

Chi insegna la boxe è chiamato “maestro”, sentite di esserlo? «Chi frequenta la palestra deve chiamarci così, anche perché lo siamo, ma i veri “maestri”, da monumento, sono quelli delle grandi città che, loro sì, vanno a pescare i ragazzi nei posti più disagiati. Noi, però, con le famiglie teniamo ad avere un rapporto e un confronto proprio perché siamo un aiuto per i loro figli. La scuola? Magari, ma sarebbe bello che fosse questo mondo a capire il nostro valore sociale e a cercarci».

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