Mercoledì 22 Novembre 2017 | 02:28

IL PROCESSO

«Con una terapia psicologica Rosita si sarebbe potuta salvare»

I consulenti della difesa hanno evidenziato i problemi della ragazza a gestire le emozioni: «Ogni evento per lei assumeva gravità, tendeva a vedere tutto in negativo»

«Con una terapia psicologica Rosita si sarebbe potuta salvare»

FORLÌ. «Con una terapia psicologica Rosita si sarebbe potuta salvare». L’affermazione del neuropsichiatra e terapeuta infantile Giovanni Battista Camerini, uno dei consulenti della difesa sentiti ieri in Corte d’assise, arriva al termine di un’udienza mattutina carica di tensione nel processo contro i genitori della 16enne studentessa che si è tolta la vita gettandosi dal tetto del Liceo Classico il 17 giugno 2014. Roberto Raffoni e Rosita Cenni, difesi dall’avvocato Marco Martines, devono rispondere di maltrattamenti fino alla morte della figlia e, solo il padre, di istigazione al suicidio.

Consulenza difensiva

Una settimana dopo che l’accusa, rappresentata in aula dal sostituto procuratore Sara Posa, aveva portato in aula la relazione dei Carabinieri del Rac (Reparto analisi criminologiche), ieri è stata la volta della difesa presentare i risultati dell’analisi degli scritti, sms, chat e mail di Rosita Raffoni. Insieme a Camerini al banco dei testimoni la psicologa clinica Roberta Vacondio. Un’esposizione della figura della studentessa che nel contro esame del pubblico ministero Sara Posa ha visto momenti di tensione tra accusa e difesa, e richieste di chiarimenti anche da parte del presidente della Corte d’Assise Giovanni Trerè (a latere Roberta Dioguardi).

Visione pessimista

Dai messaggi scambiati con le amiche e dagli scritti lasciati dalla ragazza, i due esperti hanno evidenziato un disturbo della regolazione emotiva da parte di Rosita, una modalità di vivere le cose che le succedevano che la portava ad avere una visione sempre negativa e sentirsi vittima, amplificando le reazioni emotive a quanto stava vivendo: non si parla di patologia, ma una disfunzione - «nel senso scientifico del termine» ha specificato Camerini - che portava, ad esempio, Rosita a scrivere a una amica: «Mi faccio pena, ti faccio pena e faccio pena anche a ...» citando il ragazzo per il quale aveva una cotta. Oppure, parlando dei sintomi della patologia ormonale che l’aveva colpita: «provo repulsione, nausea per me stessa, voglio morire, non sai quanto mi costi rimanere viva», pur essendo stata rassicurata si trattasse di una patologia comune e curabile nelle donne (nel pomeriggio e a porte chiuse sono stati ascoltati medici che hanno avuto in cura la ragazza).

«Piccoli eventi assumono un grande significato per Rosita, che li amplifica non facendole vedere futuro o soluzione. Tutto quello che ci ha lasciato deve essere visto con l’ottica di Rosita» hanno detto gli specialisti, incalzati però sul tema dal presidente della Corte: «come fate a dire che sia un’amplificazione, una drammatizzazione e una teatralità di Rosita e non la verità dei fatti?».

Il tragico gesto

I due medici hanno poi analizzato il tragico gesto che ha portato alla morte di Rosita. «Il suicidio – hanno detto Camerini e Vacondio – è frutto di fattori precipitanti. Le sofferenze espresse dalla ragazza erano per come lei sentiva il suo vissuto, non necessariamente dovute a maltrattamenti in famiglia. Il suo svalutarsi non dipende dai genitori. Il suicidio nell’adolescente non è predicibile, molte volte le cause scatenanti sono banali. La consegna delle tre lettere agli amici la mattina in cui si è tolta la vita mostrano una fase di attesa, la ricerca di un estremo segno di rassicurazione, l’indecisione nel compiere il gesto, lo stare tre ore lassù, come se aspettasse l’arrivo di qualcuno, che non è arrivato perché nessuno aveva ancora letto quelle lettere». Una giovane considerata dai due esperti problematica per come viveva la sua sofferenza, non certo perché vittima di una patologia. Tanto da far dire al dottor Camerini: «Con una terapia psicologica si sarebbe salvata».

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