Mercoledì 16 Agosto 2017 | 15:33

L'ONCOLOGO MARCO MALTONI

«La sedazione profonda non significa eutanasia»

Il direttore dell'Unità di cure palliative: «Non sono i farmaci a provocare la morte»

«La sedazione profonda non significa eutanasia»

FORLI'. «Addormentare in maniera profonda un paziente nella fase conclusiva della malattia non significa assolutamente praticare l’eutanasia». E’ Marco Maltoni, oncologo forlivese direttore dell’Unità di cure palliative dell’Ausl Romagna sede di Forlì, ad intervenire sulla vicenda di Dino Bettamin, il 70enne di Treviso affetto dal 2012 da Sla (Sclerosi laterale amiotrofica) che ha chiesto di poter essere addormentato e di morire nel sonno.

«Siamo davanti ad un caso di “sedazione palliativa” - riprende Maltoni - che si applica a quelle persone (circa un quarto di tutti i pazienti con patologia inguaribile in fase critica di malattia) che non giungono alla morte entrando in coma e con sintomi controllati in modo naturale da un assopimento progressivo, ma con sintomi refrattari alle terapie sintomatiche e palliative».

La somministrazione della sedazione, sottolinea con forza l’oncologo, «non ha alcuna influenza negativa sulla durata della sopravvivenza (quindi, sul “quanto” il paziente vivrà), ma solo sul “come”, cioè senza sintomi, anche se purtroppo con una riduzione di coscienza indotta dai medici, anziché spontanea».

Ecco, allora, che i farmaci hanno la funzione di rendere tollerabile la situazione clinica e non di provocare la morte del paziente.

«Semplificando un pochino - ricorda ancora Maltoni - la “sedazione palliativa” presenta analogie a quello che in tutt’altro ambito, quello della Anestesia e Rianimazione, è presentato e accettato come “coma farmacologico”. In ambito di “fine-vita”, invece, alcuni media tendono a presentarla come in una contiguità con manovre o intenzioni di tipo eutanasico, con le quali invece non ha nulla a che fare».

Infatti, l’intenzione del curante e del malato stesso, nella “sedazione palliativa” è quella di alleviare la sofferenza, non di ridurre la sopravvivenza. Le procedure e i farmaci sono assolutamente adatti allo scopo, somministrati progressivamente e monitorando in tempo reale e in modo individualizzato l’effetto che si sta raggiungendo. Infine, il risultato raggiunto è il sollievo della sofferenza, senza nessun impatto negativo sulla durata della sopravvivenza, che purtroppo è breve di suo, ma con impatto favorevole sul “modo” di giungere a morte, consentendo un trapasso sereno anche dove questo non sarebbe possibile spontaneamente. Il signore di Treviso, quindi, è deceduto “in corso” di sedazione, ma non “per” la sedazione».

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