Lunedì 05 Dicembre 2016 | 13:28

IL RACCONTO DEI MIGRANTI

Prima la fuga sui barconi ora ostaggio della burocrazia

Gli ospiti dell'Opera Don Pippo si raccontano

Prima la fuga sui barconi ora ostaggio della burocrazia

FORLÌ. Il dramma è quello che si sono lasciati alle spalle assieme a un futuro che nella propria terra era negato e l’odissea è quella che hanno già vissuto attraversando il mare a rischio della vita. I 12 migranti ospitati negli appartamenti dell’Opera Don Pippo e tutti, tranne uno “scappato” dalla Grecia, salvati dai gommoni al largo della Sicilia con l’operazione “Mare Nostrum”, stanno però scoprendo come accoglienza e umanità collidono con la burocrazia. E anche quest’ultima, a suo modo, rappresenta un’odissea.

La struttura di via Cerchia ospita ragazzi d’età compresa tra i 18 e i 40 anni. Arrivano da Gambia, Senegal, Nigeria, Pakistan e cercano non solo vitto, vestiti e alloggio che i volontari offrono loro, ma soprattutto un documento: quello che ne sancisce lo status di rifugiato (valido 5 anni), o almeno il permesso di soggiorno biennale per motivi umanitari. Sia l’uno che l’altro, però, possono anche non arrivare. E se arrivano hanno tempi d’attesa infiniti. «Il nostro servizio di prima accoglienza dovrebbe durare i tre mesi necessari per ricevere la formalizzazione della domanda di asilo che poi una commissione territoriale dovrebbe vagliare e accogliere entro tre giorni - spiega Michele Panteleakos, responsabile immigrazione della Don Pippo -. In realtà tra i nostri ospiti c’è chi è senza risposte dal 23 agosto, ci sono 7 ragazzi nigeriani che da settembre non sono mai stati contattati dalla Questura. E i 3 mesi diventano 8, a volte 12». Tempi che per molti si dilatano ulteriormente visto che il 58% delle domande è respinto (in quanto rinvenuti solo motivi economici) e appena il 5 % ottiene lo status di rifugiato o, al 22%, il permesso umanitario.

«Chi non lo ottiene fa ricorso al Tribunale di Bologna e quindi resta con noi altri 6 mesi, ma almeno ha un vantaggio: seguire corsi di formazione al lavoro, cosa che gli altri non possono fare senza documenti - aggiunge Katia Liverani, coordinatrice della Onlus -. Hanno e abbiamo le mani legate, solo grazie a una convenzione siglata con alcune associazioni di volontariato possiamo impiegarli in qualche mansione». E in realtà gli ospiti un mestiere lo svolgevano. C’è chi era parrucchiere, chi rivenditore di pezzi di ricambio, chi aveva un’impresa edile e chi faceva il meccanico o il fabbro. Vorrebbero tutti lavorare in Romagna, poi molti cercano invece fortuna altrove e in via Cerchia per ogni persona che ottiene il documento ne arriva subito una nuova da accogliere. Tra queste «c’è chi si lascia vivere alla giornata», ma chi attende l’esito del ricorso prova a costruirsi una speranza. Come Ceesay Alagie, 26enne del Gambia, a Forlì da 10 mesi. Lui non solo sta seguendo un corso di Tèchne su pulizia e cura degli ambienti, ma oggi diventerà assistente civico del Comune assieme ad altri 3 richiedenti asilo. E’ poco, ma è il segno che la lunga e lentissima marcia dell’integrazione è possibile.

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