Sabato 01 Ottobre 2016 | 12:23

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Gli scomodi vicini del Duce

La famiglia di pellicciai ebrei fu perseguitata e distrutta

Gli scomodi vicini del Duce

FORLÌ. Si deve all’amorevole cura di Roberto Matatia, faentino, se è tornata alla luce la saga della famiglia Matatia fra Forlì. Faenza e Riccione travolta nel gorgo dell’antisemitismo e della guerra.

Le emozioni e la storia. E’ fresco di stampa il romanzo, scritto con la formula del racconto “I vicini scomodi”, (Giuntina, 2014) storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo. E’ stato scritto da Roberto Matatia figlio di Beniamino, pellicciaio in Faenza, e nipote di Eliezer che, insieme ai fratelli Leone e Nissim giunsero in Romagna nel 1920 dall’isola greca di Corfù. Tutti e tre erano di religione ebraica e fra Faenza e Forlì divennero imprenditori di negozi di pellicceria di alta moda. Con grande sensibilità Roberto, 58 anni, ha fatto rivivere la cronaca drammatica degli anni che vanno dal 1938 al 1944 del suo gruppo familiare.

La villa della discordia. «Non è stato semplice - spiega Roberto Matatia - ricostruire la storia della villetta che era della famiglia del prozio Nissim Matatia, di sua moglie Matide Hakim, di origine turca e dei loro figli Beniamino (Nino) nato a Forlì il 1 febbraio 1924, Camelia, nata sempre a Forlì il 5 marzo del 1926 e Roberto (proprio come me aggiunge l’autore, ndr) di cui non ho il giorno preciso della nascita ma potrebbe essere del 1929 o forse di qualche anno precedente...di certo so che le pressioni dell’Ovra di Bologna e dell’allora podestà di Riccione crearono le condizioni per cui nel 1941 fu venduta a 14 mila 400 lire (pari a 22 milioni di lire nel 2000) ma ne valeva circa dieci volte di più». E il motivo delle pressioni e il clima psicologico di oppressione è bene riassunto nel libro di Matatia. «Quella villetta - come ho raccontato - era un po’ il raggiungimento di uno status symbol della famiglia dei Matatia e le riunioni con gli altri fratelli faentini erano frequenti visto che fra l’altro tutti si sentivano italiani e, addirittura, nel caso di Nissim, apertamente con simpatie e amicizie fra i fascisti».

Presenze cancellate. «La villetta con i mattoni rossi - continua il faentino Roberto Matatia - divenne di proprietà del Comune e poi una proprietà, ma non vorrei sbagliarmi, della famiglia Savioli ed era confinante con quella di Benito Mussolini...nei confronti del prozio Nissim veniva costantemente ricordato che era molto disdicevole offendere con la presenza di una famiglia ebrea le vacanze del duce...ma Nissim cercò di resistere».

L’arresto e l’odissea. «Il prozio Nissim venne arrestato la prima volta - dice Roberto - con la scusa della sua cittadinanza ancora greca sul passaporto, ma poi rientrò in Italia clandestino per ricongiungersi alla famiglia che da Forlì aveva ceduto la pellicceria (in piazza Saffi) e poi si ritirarono nei paesi dell’Appennino bolognese perchè i pro cugini erano stati espulsi dalle scuole e frequentavano da pendolari la scuola ebraica di Bologna...finirono a Savigno, ma una soffiata ruppe la loro armonia. Furono arrestati dalle Brigate Nere il 1 dicembre del 1943 e il 30 gennaio 1944. Quattro morirono ad Auschwitz. Solo Beniamino si salvò ma sopravvisse, liberato nel 1945, solo altri 2 mesi.

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