Giovedì 08 Dicembre 2016 | 21:05

ALLARME CRIMINALITA'

«Ero convinto che mi avrebbero sparato»

Attilio Tumidei, 48enne tabaccaio in via dei Mille, racconta gli attimi drammatici della rapina di sabato, la terza subita in tredici anni

 «Ero convinto che mi avrebbero sparato»

FORLÌ. Lo sguardo di Attilio Tumidei, 48 anni, da quindici titolare della tabaccheria di via dei Mille - a due giorni dalla terza rapina subita - è più eloquente di mille parole. Rabbia, rassegnazione e paura sono inestricabilmente legate nell’animo di chi si è visto puntare contro due pistole al termine dell’ennesima dura giornata di lavoro.

«C’è poco da dire - ammette sconsolato - qui siamo tutti vittime: noi che subiamo le rapine e le forze dell’ordine, costrette a lavorare con mezzi vecchi e con pochi uomini».

Una ammissione di impotenza che, a tratti, lascia il posto al legittimo orgoglio di chi sa di guadagnarsi il pane onestamente tutti i giorni.

«Se fossi rassegnato - reagisce Tumidei - non sarei qui, ma la paura è tanta». E basta farsi raccontare gli attimi vissuti sabato sera, intorno alle 20.30, quando - raggiunta la filiale dell’Unipol nella vicina via Pelacano per inserire nella Cassa continua il piccolo contenitore di plastica contenente l’incasso della giornata, si è visto spianare contro le pistole.

«Prima di fermarmi controllo sempre la zona - ammette - ma è stato tutto inutile. Me li sono trovati davanti all’improvviso, scesi in due da una macchina mentre un complice è rimasto a bordo. Io ero con la mia compagna, ma anche lei non ha potuto far nulla. Era terrorizzata». Per un attimo la voglia di reagire, o quanto meno tentare di perdere tempo sperando in un aiuto improvviso.

«Parlavano un italiano corretto, ma non saprei dire se fossero stranieri. Ho tentato di non cedere ma uno di loro mi ha puntato la pistola contro ad un metro di distanza, mentre il complice mi ha spinto un’altra arma contro la nuca. In quei momenti c’è poco da fare. Ho visto che erano molto nervosi, tremavano anche loro. Ho tirato il contenitore di plastica con i soldi contro quello che mi stava davanti, ma non l’ho colpito. A quel punto l’hanno raccolto e si sono diretti verso la macchina, ma prima uno di loro ha armeggiato con la pistola perdendo un proiettile e urlandomi: “Ti ammazzo, figlio di puttana”. A quel punto ho temuto veramente che mi potesse sparare». Brividi che lo hanno riportato indietro nel passato, ad altre due terribile esperienze vissute.

Il 19 febbraio del 2002 due giovani a volto coperto e armati addirittura di machete gli entrano in tabaccheria portandogli via l’incasso; mentre il 5 giugno del 2004 sono in tre a tendergli un agguato dentro il locale, armati di pistola, e pronti a picchiarlo con calci e pugni al suo timido tentativo di reazione. Episodi che non si possono dimenticare.

A questo punto pensa di armarsi?

«Mi metterei solo al loro livello e avrei tutto da perdere. Avere un’arma significa anche poterla usare e in quei momenti non è facile».

Ma ne avrebbe il coraggio?

«Quello te lo fanno venire loro».

Con che spirito adesso viene al lavoro?

«Con tanta tristezza ma si deve pur vivere».

Cosa cambia per lei?

«Purtroppo niente. Cercherò di cambiare spesso abitudini e strade, ma tanto non serve. Ormai sono qui 6 giorni su 7, il margine di guadagno è sempre più risicato e non c’è neanche il tempo di recuperare da uno spavento simile».

 

 

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