Lunedì 26 Settembre 2016 | 05:39

IL LIBRO

Manzoni, vero rivoluzionario

La biografia di Piero firmata da Gualdoni. Ne parla il cugino e critico Gian Ruggero

Piero Manzoni

Piero Manzoni

LUGO. Prima, dopo e dietro la sua celebre “Merda d’artista”, la figura intrinsecamente e fortemente rivoluzionaria di Piero Manzoni, rivive a cinquant’anni dalla morte, nella biografia di Flaminio Gualdoni, pubblicata da Johan & Levi, già direttore di vari musei e della rivista FMR.

Un’avventura estetica attorno all’essenza stessa dell'opera d’arte, ma vissuta in una lucida essenza di retorica: «Non c’è nulla da dire – diceva – c’è solo da essere, solo da vivere».

Il celebre artista era per metà romagnolo. discendente dalla casata lughese dei Conti Manzoni di Chiosca. Si legge ne “I teatranti perduti”, memorie familiari scritte dal cugino critico e scrittore Gian Ruggero Manzoni: “Inutile dire che quando arrivavano Sordini, Baj, Dadamaino, Giò Pomodoro, Ugo Mulas e altri del Bar Jamaica di Brera era come avere in casa una banda di lanzichenecchi… C’era chi cadeva in catalessi, chi recitava versi di Balestrini, Pagliarani, Antonio Porta o Sanguineti… Il giovane cugino (che si diceva libero, di sinistra ed eretico, a differenza degli altri Manzoni) si esponeva, gridava il suo essere e malessere, cavalcava i tempi, componenti dell’esistere: ‘Per loro non sono che una variante, ma va bene così» .

Gian Ruggero Manzoni, in che cosa, precisamente, si può considerare Piero Manzoni una figura fondamentale per la cultura artistica del secondo Novecento.

‹‹Piero Manzoni non si è mai piegato a mode o a tendenza, ma ha fatto tendenza, quale caposcuola dell’Arte Povera e del Concettuale, e non solo italiano. Inoltre, lui e altri del suo gruppo, assieme a Lucio Fontana, sono stati gli esponenti dell’ultima vera Avanguardia italiana ed europea. Dopo si è per lo più “citato” e l’epigonismo ha dilagato. Le odierne provocazioni artistiche di un Cattelan sono ridicole in confronto a ciò che Piero Manzoni o Yves Klein, con cui Manzoni ha firmato anche un manifesto, ha messo in atto››.

“Oggi i concetti di quadro, di pittura, di poesia nel senso consueto della parola – diceva –non possono più avere senso per noi…”.

‹‹Fu redattore e firmatario di una manifesto “Contro lo stile” in cui il concetto di arte superava la visione classica del supporto e della forma scaturita dalla tradizione per divenire soggetto legato strettamente alla vita e vita totale, componente in seguito applicata anche dal grande Joseph Beuys. Dopo la sua generazione sono stati pochissimi gli artisti e i letterati che hanno fatto della vita arte e dell’arte vita, a mio avviso componente basilare per potersi nel vero dire artista, musicista, poeta, architetto, narratore››.

Come avvenne che fece dei disegni che fece dell’Anic di Ravenna che poi ispirarono Michelangelo Antonioni per “Deserto rosso”?

«Piero odiava quel mostro industriale che stava sorgendo in mezzo alla pineta, tracciò alcuni disegni che lo rappresentavano in tutta la sua demoniaca oscurità e Antonioni, visti gli stessi, ambientò il suo film a ridosso di quelle ciminiere al fine di stigmatizzare l’alienazione dell’uomo snaturato da una società industriale. Non dimentichiamoci che anche Antonioni era un valente pittore, oltre che essere un regista geniale››.

Una forma di linguaggio, ha scritto Paola Ruggeri in “Istanti nel tempo”, che si presentò in Piero Manzoni esplicitamente come atto critico, che trovò una vicinanza “poetica” nel rapporto d’amicizia e di collaborazione con i “Novissimi”…

‹‹Piero lavorò sempre a stretto contatto col poeta Elio Pagliarani, altro romagnolo, con Antonio Porta, con Giudici, con Sanguineti, con Emilio Villa e, a sua volta, ebbe sempre una capacità letteraria notevole. Reputava che l’arte e la letteratura, comunque arte anch’essa, dovessero sempre procedere di pari passo, interagendo. Nei suoi cataloghi privilegiava più la presenza dei testi poetici che gli interventi critici, essendo lui stesso il primo critico della sua opera. La rivista a cui diede vita assieme a Enrico Castellani, appunto Azimuth, dava sempre risalto ai testi poetici dei suddetti. La poesia diveniva “critica diretta” del fare dell’artista, dilatando la componente creativa con ulteriore creatività. Ciò che infine anche Giovanni Testori e, nel mio piccolo, il sottoscritto, hanno sempre sostenuto. Perciò, da quel periodo storico, si può iniziare a parlare di critica creativa››.

Quale è stato il suo insegnamento artistico?

«Mai come oggi, necessita ritornare al senso primigenio dell’origine, a quello stretto rapporto con la natura, a quella magia, a quei climi immaginifici e visionari, a quei miti arcaici, altrimenti la fine per nostra società occidentale. Anche in questo caso essere nato Manzoni, cioè aver mangiato pane e arte tutti i giorni, mi ha facilitato. Sono una sorta di memoria storica di ciò che è avvenuto, culturalmente parlando, dal 1975 in poi, cioè da quando, a mia volta, ho iniziato a fare arte e letteratura, e ciò mi ha segnato, in positivo, non poco››.

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