Domenica 25 Settembre 2016 | 05:42

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TEATRO FABBRI FORLÌ

L'Antigone di Elena Bucci immersa nel rito

Sofocle riletto dalle Belle Bandiere: una tragedia del doppio con due visioni del mondo

L'Antigone di Elena Bucci immersa nel rito

FORLÌ. Al teatro Fabbri di Forlì Le Belle Bandiere mettono in scena da oggi a domenica 19 (ore 21, domenica ore 16) “Antigone, ovvero: una strategia del rito”, una rielaborazione dalla tragedia di Sofocle di Elena Bucci, che firma la regia insieme a Marco Sgrosso. In scena insieme ai due attori-autori, Daniela Alfonso, Maurizio Cardillo, Nicoletta Fabbri, Filippo Pagotto, Gabriele Paolocà.

La scelta della compagnia è caduta su una tragedia “del doppio”: due sorelle, due leggi, due visioni del mondo…

«Proprio per questo – risponde Elena Bucci – abbiamo abbandonato le riletture moderne, quella di Brecht o di Jean Anouilh per rivolgerci al mito, alla sua valenza ancestrale legata al mondo in cui il teatro aveva una forte centralità e un riferimento ecumenico».

Che oggi non ha più.

«Però alcune ritualità si mantengono, anche se è indubbiamente vero che la condivisione delle emozioni, specialmente di quelle legate alle zone più oscure di noi, si vive in totale solitudine. Sono convinta però che anche oggi il teatro serva per riposizionare i nostri affetti, per farli nostri e comprenderli… ma non siamo aiutati dai luoghi, dalla stessa velocità e dal ritmo della vita e spesso non ce la facciamo a recuperare la consapevolezza, il sentimento stesso della necessità del rito, che invece è indispensabile anche per la società».

“Antigone” e il teatro greco, invece, nel rito sono immersi.

«Perché ci sono passaggi, per esempio quelli che accompagnano la morte, legati alle nostre esigenze profonde, al nostro bisogno di accettazione… e invece, per esempio, oggi nelle grandi città i funerali non si fanno più. Ma il teatro privilegia cose e sentimenti “fuori moda”, e ci aiuta a riviverli e a rielaborarli».

In “Antigone” un tema prioritario è il contrasto fra la legge del sangue, non scritta, e quella della città: formalizzata e assoluta.

«Di qui si genera anche la spaccatura fra la protagonista e Creonte: che non è un “cattivo”, ma non sa reggere la responsabilità e in una situazione di forte crisi è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. La tragedia però mette in luce e dà conto delle ragioni di tutti: il mondo greco sapeva che per recuperare frammenti di saggezza era necessaria la condivisione. E non tace che anche Antigone sbaglia e nel suo furore amoroso verso il fratello da seppellire, va fuori dai limiti: il pubblico lo vede, lo assume e in ciò diventa esso stesso “coro” della tragedia. Poi, la perfezione sarebbe poter recuperare totalmente quei colori, quelle sensazioni acustiche… forse abbiamo sottovalutato il fatto che l’esperienza del teatro non è solo estetica, ma anche intellettuale e psicofisica».

Qualcosa che il teatro classico invece aveva ben chiaro.

«Ma anche nei limiti delle strutture moderne il teatro classico ci sveglia, ci stimola a invertire una rotta che ci rende infelici senza poi darci certezze, soffia su di noi una ventata di fiducia collettiva che però è possibile solo se si esercita su una comunità».

Una tragedia vecchia di oltre duemila anni, ma che parla all’oggi, quindi?

«Sì, anche perché in Antigone c’è la grande forza adolescenziale di voler cambiare il mondo o, almeno, di volersi guardare dentro con trasparenza e immediatezza, riconoscendo il proprio “io” e dando attraverso esso una risposta eroica: che può portare alla rovina ma è quanto corrisponde di più a ciò che autenticamente siamo».

Parliamo del coro: le sue parti in “Antigone” sono considerate fra le più belle della tragedia classica.

«E sono molto difficili da rendere, per cui abbiamo fatto la scelta di non raccontare come se fossimo “quelli” o se avessimo quel substrato, non attualizziamo ma anzi, proprio per non mentire, denunciamo la distanza. Il coro ha memoria di quanto racconta ma non lo “sente” anche perché l’apertura a raggiera della polisemia di quel mondo non può essere riprodotta dalla nostra lingua, che è evoluta in questi anni in senso lineare. Di qui, l’uso del dialetto, la “lingua madre”, per enunciare il nostro desiderio di ritrovare la musica del parlato dello stasimo, per raggiungere, insieme al pubblico, la saggezza e la felicità attraverso il linguaggio di Sofocle e del teatro».

Biglietti: 13-23 euroInfo: 0543 712170-712168

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