Mercoledì 07 Dicembre 2016 | 19:17

SIGNORIE DI ROMAGNA

Marzia, la donnache difese la Rocca di Cesena

La storia di Cia Ubaldini poi Ordelaffi Fu un'abile e accorta castellana

Marzia, la donnache difese la Rocca di Cesena

La “masnada” corre nelle stanze di casa: in mezzo ai fratelli c’è anche Marzia Ubaldini, detta Cia, scalmanata almeno quanto i maschietti. La osserva benevola la mamma, Chiara, figlia di Scarpetta Ordelaffi, anche se un po’ preoccupata dall’impeto con cui Cia tiene testa ai fratelli. La mamma Chiara è stata data in sposa a Vanni degli Ubaldini, discendente del famoso Maghinardo Pagani da Susinana, podestà di Faenza e di Imola e capitano del popolo di Forlì: la bambina cresce nel racconto delle gesta del nonno Scarpetta e del bisnonno Pagani, in mezzo a fratelli impazienti di emulare le gesta degli uomini della famiglia. Marzia – siamo nel XIV secolo! – è destinata invece a una vita da sposa: di un uomo, o di Dio, ma come non pensare che il coraggio e la decisione che dimostrerà nella sua vita, non siamo in parte anche il frutto di quei giochi infantili con i fratelli, delle lunghe serate di racconti in villa o nel palazzo? Del resto, Chiara sua madre, nel 1336, sarebbe stata presente sul campo di battaglia, in un fatto di armi intorno alla rocca di Meldola: dalle notizie riportate dai contemporanei «non resta infatti che pensare a un coinvolgimento della madre di Cia – commenta Sergio Spada, il maggiore esperto in Romagna della famiglia Ordelaffi – con compiti di comando in un assedio particolarmente impegnativo. Chiara dunque andrebbe a buon diritto ad aggiungersi alla schiera, molto più numerosa di quanto si pensi, delle donne guerriere che gravitarono, appartenendo o meno alla famiglia, nel mondo degli Ordelaffi».

Comunque: il 14 marzo 1334, Marzia, che ora ha 17 anni, diventa la moglie del grande Francesco Ordelaffi, cugino di sua madre Chiara: Francesco è, in questi anni turbolenti, uno dei campioni del ghibellinismo romagnolo, capace di tenere testa alla forza dello Stato pontificio rappresentato dal legato Bertrando Del Poggetto, e di conquistare, con l’astuzia e con la forza, prima la signoria di Forlì e poi la podesteria di Cesena. La giovane sposa viene condotta proprio a Cesena: dove Francesco ha bisogno di poter contare su una persona più che fidata visto che la sua entrata nella cittadina è recentissima (era stato proclamato Capitano del popolo e podestà per un anno dai cesenati soltanto il 18 febbraio). La fiducia di Francesco è ben riposta: Cia, proprio come aveva fatto la madre Chiara, non è solo un’abile e accorta castellana. Nei momenti di bisogno sa prendere le armi e affiancare (sostituire?) i maschi della famiglia in difficoltà, come quando nel maggio 1351 va in aiuto del figlio Ludovico, in scacco nell’assedio del castello di Dovadola tenuto da Carlo dei conti Guidi. E ancora, racconta nella sua “Cronaca” Giovanni Villani, Marzia alla testa di un gruppo di cavalieri cesenati, corre in aiuto sempre di Ludovico, nell’agosto 1355, contro le truppe papali guidate da Carlo Guidi.

Ma alla Chiesa, il potere di Francesco Ordelaffi e dei suoi non va giù: e contro il “perfido cane patarino” di Romagna, come lo definisce l’anonimo autore della “Vita di Cola di Rienzo”, presto metterà in campo forze massicce. Il nuovo legato, cardinale Egidio Albornoz, prima nel novembre del 1356 e poi a Natale, propone al signore di Forlì un accordo, ma Francesco non si piega al comando della Chiesa. A questo punto, è la guerra: già all’inizio del mese di aprile 1357 iniziano le scorrerie delle truppe papali e degli alleati nei territori controllati dagli Ordelaffi, e, come racconta l’Anonimo: «In Cesena staieva madonna Cia, la moglie dello capitanio de Forlì, con suoi nepoti e con granne forestaria drento dalla rocca. A questa madonna Cia lo capitanio scrisse una lettera. La lettera diceva così: “Cia, aiate bona e sollicita cura della citate de Cesena”. Madonna Cia respuse in questa forma: “Signore mio, piacciave de avere bona cura de Forlì, ca io averaio bona cura de Cesena”».

Ma alla fermezza di Cia non fa riscontro quella dei cesenati: il 29 aprile le famiglie guelfe insorgono trascinandosi dietro gran parte della popolazione, e Madonna Cia, dopo una breve resistenza, è costretta a rifugiarsi con pochi soldati fedeli nella Murata fortificata della Rocca, senza però, racconta ancora Villani rinunciare a «prendere tre cittadini che erano stati al trattato, e in sulla murata li fece decapitare e gettarli di sotto ai nemici».

Il carisma di Marzia è enorme: lei stessa guida le operazioni di difesa, comandando di dare fuoco e gettare sulle macchine da guerra assedianti lo zolfo immagazzinato nella Murata. Le forze nemiche sono preponderanti, ma racconta ancora Villani, «Madonna Cia, avendo fatto meravigliosamente d’arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con 400 tra cavalieri e masnadieri nella Rocca, acconci a’ comandamenti della donna per singulare amore infino alla morte».

Infine, il 21 giugno 1357 Cia deve arrendersi: lo fa solo a patto che i suoi uomini siano lasciati andare incolumi… lei, dal canto suo, rifiuta di fare da merce di scambio fra Albornoz e Francesco, e con i figli e i nipoti è incarcerata ad Ancona: fra il rispetto e gli onori degli stessi carcerieri e degli uomini di Albornoz.

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