Giovedì 29 Settembre 2016 | 22:24

TEATRO

Antonio Latella si fa in due per la Romagna

"A.H.", dalle menzogne alle radici del male a Forlì mentre a Ravenna c'è "Il servitore di due padroni"

 Antonio Latella si fa in due per la Romagna

FORLÌ. Il pubblico romagnolo ha la possibilità di apprezzare per i prossimi quattro giorni il cristallino talento del regista campano Antonio Latella, uno degli artisti di punta della scena teatrale italiana ed europea, che questa sera alle 21 presenta nella stagione di contemporaneo del Diego Fabbri A.H., mentre contestualmente porta in scena all’Alighieri di Ravenna il suo Il servitore di due padroni, che la stagione di prosa ospita fino a domenica 12 (info: 0544 249244).

Un confronto diretto, quello ravennate, con il grande capolavoro di Carlo Goldoni, che Latella attualizza a modo suo e che tanto clamore ha suscitato nelle repliche di Venezia e Padova. In A.H. invece il regista intesse insieme al drammaturgo forlivese Federico Bellini una drammaturgia che, partendo dal concetto di menzogna, si inabissa a sondare le radici “del male”. Una performance interpretata da Francesco Manetti che, attraverso una drammaturgia spaziante dalla Torah alla Bibbia, da Tolkien a Chaplin, da Lars von Trier ad Antony and the Johnson, giunge fino all’emblema del male del Novecento, Adolf Hitler, A.H, appunto. E in questa scena vuota con due secchi e un grande foglio da disegno, Manetti non imita, non interpreta, non recita il Fuhrer, ma incarna il concetto stesso di male.

È però Federico Bellini a condurci più in profondità nello spettacolo.

In che tipo di dialogo entrano in “A.H.” la sensibilità registica di Antonio Latella con la sua drammaturgia? «Direi che le due cose sono inscindibili. In questo spettacolo, peraltro, la drammaturgia è condivisa con Antonio e Francesco, per cui si tratta di un lavoro in cui è difficile tenere separati gli ambiti. Più in generale, posso dire che Antonio e io parliamo molto prima di affrontare un tema o un testo, per cercare di capire cosa raccontare e come farlo. Per quanto mi riguarda, non consegno mai un testo senza pensare che sia lui a metterlo in scena».

Qual è il percorso culturale che vi ha portato a desiderare di parlare del “male”?

«È una domanda a cui è molto difficile rispondere. Credo che il tema del “male”, assoluto o relativo, sia presente praticamente in ogni spettacolo che abbiamo fatto insieme. In quest’ultimo ciclo di lavori, più che di “male” parlerei di “menzogna” come filo conduttore di tali operazioni. Per noi è interessante parlarne anche perché riguarda il mezzo stesso che utilizziamo per esprimerci, il teatro, che è il luogo dell’artificio per eccellenza, quindi un luogo dove per lavoro si mente. Rispetto al tema del male in senso stretto, la necessità di affrontare alcuni aspetti del nazionalsocialismo nasce anche dalla semplice osservazione, o timore, che certi totalitarismi possano in qualche modo avere nuovo spazio, magari sotto forme meno esplicite di quanto accaduto in passato».

Lo spettacolo si apre su una scena vuota, abitata solo da un manichino da pittore di legno, e appena entra in scena Francesco Manetti si rivolge al pubblico dicendo “menzogna” e definendola secondo ciò che il vocabolario della lingua italiana riporta. Potrebbe descrivere il suo lavoro di ricerca e approfondimento sul concetto di menzogna? Che cos’è la menzogna oggi?

«Non saprei dire cosa sia la menzogna oggi. Genericamente, potrei rispondere che, ad esempio, quasi ogni atto linguistico veicola un messaggio che ha in sé alcuni caratteri del mentire. Ne Le Benevole, per dire, la menzogna si creava a poco a poco nella mente del protagonista, quasi che la follia nazionalsocialista entrasse in lui sempre più prepotentemente fino a diventare l’unica realtà riconoscibile. In A.H. tutto è da subito menzogna, una presunta verità non trova mai spazio. Sinteticamente, la realtà la possiamo trovare nelle vittime di ciò che è successo, non certo in una rappresentazione delle stesse. Trovo che, da questo punto di vista, lo spettacolo sia intellettualmente onesto, perché svela immediatamente e in continuazione l’artificio da cui nasce. Per questo il Pinocchio che compare nelle ultime scene dello spettacolo è come un monito, un avvertimento a noi stessi che ci ricorda che tutto ciò che si può creare su un palco non è che finzione, anche quando crea un’efficace illusione di realtà».

Info: 0543 712170

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