Martedì 06 Dicembre 2016 | 06:45

L'INTERVISTA CELESTINI

«Siamo analfabeti politici»

Al Bonci da stasera a domenica. Dopo quattro mesi di attesa arrivano i "Discorsi alla nazione"

 «Siamo analfabeti politici»

 

CESENA. Va in scena al Bonci di Cesena da stasera a domenica “Discorsi alla nazione” di e con Ascanio Celestini, autore amato per la capacità di unire temi sociali e civili a una forma narrativa di teatro arcaico che nutre l’immaginario. L’attore, causa rinvio dello spettacolo a gennaio, si ritrova a Cesena in un periodo caldo di campagna elettorale, pronto anche lui a esortare i cittadini alla sua maniera. Una troupe di Rai 5 riprenderà le repliche di venerdì e sabato.

Ha dovuto modificare il copione in questi mesi?

«Come ogni spettacolo basato anche sull’improvvisazione lo cambio ogni sera, ma non per seguire le notizie giornaliere. Nel mio spettacolo parlo di un Paese metaforico che somiglia all’Italia come ad altri paesi occidentali. Se qualcuno riconosce delle figure note nei tiranni che rappresento, è perché sono i nostri politici a somigliare al prototipo del tiranno. Parlo del potere in generale, non dei potenti che vediamo in tv».

Rispetto a quattro mesi fa vede però cambiamenti nel Paese?

«Non mi pare sia cambiato molto, ma avventurandoci nella campagna elettorale emerge sempre più la crisi ideologica. Da una parte c’è un popolo che politicamente sta diventando analfabeta e che vota per tifo, non per un partito, ma spesso contro un altro. Dall’altra, c’è una classe dirigente che definire populista è riduttivo. Non si limita a esprimere concetti populisti di facile presa, ma utilizza strumenti della pubblicità che sono l’aspetto degradato della propaganda».

Tornando ai suoi Discorsi, quale passaggio vede utile per una folla che si riunisce in piazza ad ascoltare i candidati?

«Alla fine del mio spettacolo arriva il dittatore che pone fine alla guerra civile e ripristina la tirannia facendo una sorta di patto con una parte del popolo. Gli propone di smettere di combattere il potere e di trovarsi una vittima nei confronti della quale essere carnefice. E dice: “Siamo consapevoli del fatto che il pesce grande mangia i pesci piccoli e che tanti pesciolini non mangeranno mai un pescecane. L’unica speranza di sopravvivenza per il pesce piccolo è diventare parassita di quello grande, spidocchiargli la pinna e in cambio ricevere i suoi avanzi del pranzo e della cena”».

Venendo invece a «cos’è la destra cos’è la sinistra» di cui cantava Gaber, è più facile fare discorsi alla nazione rivolgendosi a destra piuttosto che a sinistra?

«Il filosofo Norberto Bobbio si occupò della distinzione tra destra e sinistra già venti anni fa in un piccolo libro che vale la pena ricordare. Tutto ruota attorno all’idea di uguaglianza. Non che la sinistra la voglia, mentre la destra la combatta. È che per una persona di sinistra è insostenibile una società senza uguaglianza, mentre per una persona di destra è ineluttabile che la disuguaglianza permanga e forse è anche un incentivo per premiare i più meritevoli. Forse è una semplificazione, ma credo che renda l’idea di quanto abbiamo bisogno di una visione del mondo e, in un certo senso, di ideologie intese come regole del fare. E persino quando le ideologie vengono affrontate nella loro dimensione più astratta si interrogano sempre sul “che fare”. Basti pensare all’impatto che ha avuto Bergoglio – continua – dal momento in cui è stato eletto Papa. Tutto il suo lavoro sembra volto a portare la dimensione ideologica della religione nella pratica dell’agire umano, ma l’una ha bisogno dell’altra per non lasciare l’azione pratica in balia degli eventi. Perciò potrei dire che il mio spettacolo non è più accessibile per uno spettatore di sinistra o per uno di destra, ma è più leggibile per uno spettatore che ha una visione del mondo».

Un problema impellente è pure il sovraffollamento delle carceri per tanti detenuti qualunque, mentre le cronache sono piene di condannati eccellenti dalla vita dorata.

«Dobbiamo ripartire da una visione generale della società. Il problema carcere viene sempre affrontato ponendo attenzione al sovraffollamento o al fatto che in galera non finiscono mai i colletti bianchi. Il problema è ripensare la galera come istituzione, chiedersi se ne abbiamo ancora bisogno. Cercare di capire quanto la nostra società sia avvelenata dalla presenza di istituzioni violente e quanto, invece, avremmo bisogno di relazioni riconcilianti e pacifiche».

Quali nuovi progetti ha in cantiere?

«Sto lavorando a un film da girarsi non prima dell’autunno. Con l’Arci stiamo organizzando un festival per Lampedusa, a ottobre. Sarà soprattutto un laboratorio da farsi con i Cantieri Meticci di Bologna e gli abitanti dell’isola».

Info: 0547 355959

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