Domenica 04 Dicembre 2016 | 15:13

MUSICA

Dente torna a scuola

Il cantautore, uno dei migliori della nuova scena italiana, questa sera a Rimini al teatro Novelli

Giuseppe Peveri, in arte Dente

Giuseppe Peveri, in arte Dente

 

RIMINI. Giuseppe Peveri, in arte Dente, è uno dei cantautori più interessanti dell’ultima generazione italiana, attualmente in tour per presentare il suo quinto album “Almanacco del giorno prima”; farà tappa al teatro Novelli di Rimini questa sera. Il disco è stato registrato tra le mura di una ex scuola elementare nella campagna di Busseto (Parma): chiediamo proprio a lui di spiegarci il motivo di questa insolita scelta.

«Non volevo seguire gli orari degli studi di registrazione, che mi mettono ansia, e spingono a fare le cose in fretta; mi sono così inventato questa sorta di “laboratorio munito di registratore”, in cui potevamo andare quando volevamo, immersi nella tranquillità della campagna. Devo dire che ha funzionato».

Anche la strumentazione che avete usato non è convenzionale: oltre a strumenti più usuali, troviamo glockenspiel (varietà di xilofono di origine tedesca), clavicembalo, “batteria posticcia” e “porta”. Cosa sono, in particolare questi ultimi due?

«Entrambi appaiono solo in un brano: “Remedios Maria”. Quando abbiamo fatto il provino sono uscito dalla stanza, e il cigolio della porta è stato registrato; quel provino l’abbiamo sentito moltissime volte per lavorarci sopra, e quel cigolio ne era ormai entrato a far parte, quindi ho voluto lasciarlo. Queste cose in uno studio non succedono, perché le porte non cigolano. La batteria posticcia è invece una specie di antenata della drum machine, inserita in un “organetto Giaccaglia” che abbiamo usato. È un po’ come quella ritmica elettronica che negli anni ’70 era negli organi Bontempi».

Lei descrive il primo singolo estratto dall’album, “Invece tu”, come “una canzone immersa nell’estetica della musica leggera anni ’60, scritta, arrangiata e registrata come si faceva una volta, molto diversa dal pop contemporaneo”. Cosa significa?

«Torniamo a quanto dicevamo prima a proposito degli strumenti, utilizzati per ottenere un suono che si rifà alla canzone popolare, nel senso buono del termine, degli anni ’60».

Lei si è occupato anche della direzione artistica del disco: ci può dire qualcosa a proposito della copertina, che riporta un’immagine molto bella e particolare?

«L’idea era di fare una luna colorata, in maniera un po’ acida, stile anni ’60. Ho preso una bella immagine da un libro inglese del 1910, che riporta venticinque disegni a mano della luna, poi ho sostituito ai nomi dei luoghi lunari i titoli delle canzoni. La parte colorata che vi ho sovrapposto è realizzata da me fotografando un oggetto comprato in un mercatino, che è difficile descrivere: si tratta di un gadget che una casa farmaceutica regalava ai medici, in cui fluidi colorati si mescolano creando un effetto caleidoscopio, molto psichedelico».

Veniamo al concerto: anche il palco richiama l’aula scolastica in cui è stato registrato il disco?

«Abbiamo voluto portare in giro per l’Italia quella stanzetta agghindata come uno studio di registrazione, dove ci siamo trovati così bene. Un’altra cosa particolare è che ogni sera io registro sul palco una canzone diversa su un vecchio, bellissimo, registratore a nastro. Il concerto è abbastanza lungo, e comprende canzoni da tutti i miei dischi, perché ci sono ormai troppe canzoni che davvero non posso non suonare dal vivo».

Molti pensano che i rapper abbiano in qualche modo sostituito i cantautori, in quanto a spinta creativa e urgenza comunicativa: lei che rappresenta, insieme a Brunori Sas, Vasco Brondi, The Niro e altri, la “leva colta del cantautorato” di oggi, che ne pensa?

«Sono in parte d’accordo, perché i rapper parlano con un linguaggio molto attuale, mentre noi siamo più classici, e ci ispiriamo al cantautorato classico italiano degli anni ’70. D’altra parte non condivido che i rapper siano i cantautori di oggi, perché credo che parlino solo a una parte del pubblico, quello più giovane, mentre noi, come i nostri maestri degli anni ’70, ci rivolgiamo a gente di tutte le età. Il rap, inoltre, non affonda le radici nella nostra cultura, ma è qualcosa di importato, tra l’altro ormai da molto tempo, quindi credo che stia esaurendo la sua spinta innovativa».

Per concludere parliamo del suo lavoro più recente: un brano inedito, non incluso nell’album, che fa parte della colonna sonora del film di Davide Ferrario “La luna su Torino”, appena uscito. È un brano che la vede in coppia con Fabio Barovero, che ricordiamo come leader dei Mau Mau.

«È una “canzone non canzone”, che Fabio mi ha proposto, e ho accettato con grande entusiasmo. Lui ha scritto l’intera colonna sonora del film; in un pezzo mi ha chiesto di aggiungere parole e qualche melodia, ma non è una vera e propria canzone, piuttosto due strofe con in mezzo una parte strumentale. Mi è piaciuto molto farlo e sono molto soddisfatto del risultato».

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