Giovedì 08 Dicembre 2016 | 10:45

LINGUE DI CONFINE

«Dialetto e teatro, il cerchio si chiude»

Il poeta Nevio Spadoni parla della sua collaborazione con il Teatro delle Albe

«Dialetto e teatro, il cerchio si chiude»

RIMINI. Prosegue il progetto Lingue di confine nell’ambito della rassegna “Visioni e cinema di confine”, a cura di Fabio Bruschi e Marco Leonetti.

Stasera alle 21 alla Cineteca comunale va in scena “I brandelli delle Albe che abbiamo in testa” dedicato a video e ascolti del Teatro delle Albe, selezionati e introdotti dal vivo dalla compagnia. Un viaggio, accompagnati dal regista Marco Martinelli e dagli attori Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Roberto Magnani (interprete quest’ultimo dell’Odisèa di Tonino Guerra), nei loro spettacoli, con riflessioni sul combattimento tra la voce e la musica in Ouverture Alcina, maga ariostesca reincarnata romagnola, e sul precedente L’isola di Alcina.

Determinante in questi lavori la collaborazione artistica con il poeta ravennate Nevio Spadoni, reduce dal recente lavoro Fiat lux! E fat dla creazion con e per Città Teatro, andato in scena a San Clemente. A lui abbiamo chiesto quali commistioni sono possibili tra dialetto, poesia e teatro.

«Il Teatro delle Albe lavora fin dagli esordi sul dialetto come lingua di scena, “lingua di ferro” la definisce l’attrice Ermanna Montanari, lingua che grazie a lei e alla sua gamma vocale e interpretativa, diventa strumento musicale».

Ma, nel suo essere poeta e scrittore di teatro, che rapporto c’è tra dialetto, poesia e teatro?

«C’è sempre un rapporto tra poesia e teatro. I miei lavori teatrali sono costellati di frammenti poetici e la dimensione poetica è sempre molto presente. In quanto al dialetto, va detto che esso è in relazione alla mia poesia, pertanto quando essa viene trasposta in teatro ecco che si chiude il cerchio».

Che significato e che forza ha il dialetto in teatro?

«Ha una grande impatto, soprattutto quando a interpretarlo è un’attrice come la Montanari. Ermanna ed io veniamo dallo stesso dialetto, quello delle Ville Unite di Ravenna, il suo è il dialetto di Campiano, il mio quello di San Pietro in Vincoli, pertanto il mio linguaggio lei lo ha sentito suo. Aggiungo che da giovani ci siamo frequentati e anche da questo è scaturito il lavoro comune».

Avete operato molto insieme?

«Sì, loro sono partiti dai miei lavori poetici e questi frammenti li hanno incastonati nel discorso scenico. Il primo lavoro è stato Luz (luce) del 1995. Poi nel 2000 L’isola di Alcina, concerto per corno e voce romagnola, la storia di due sorelle ravennati miscelata a quella ariostea che mi è stata proposta da Ermanna e Marco; l’idea è stata loro e io a quel punto ho mosso i miei passi sui luoghi…».

Come si struttura la creazione di uno spettacolo?

«Il materiale letterario diventa carne da macello ma si tratta di un lavoro in fieri che viene sempre costruito insieme. Vengo chiamato alle prove, mi vengono chiesti suggerimenti e c’è sempre un dialogo aperto. Va comunque detto che il teatro è diverso dalla poesia anche se Ermanna e Marco sono molto attenti al discorso poetico».

Come definirebbe il lavoro registico di Martinelli e quello attorale di Montanari?

«Marco è molto fantasioso e creativo, Ermanna, proprio per quello che dicevo prima, è più attenta al registro linguistico».

Come si è trovato davanti agli spettacoli finiti?

«Sempre molto soddisfatto e l’emozione è stata grande. L’isola di Alcina ad esempio – grazie anche alla recitazione di Ermanna – è di grande impatto, lei riesce a modulare la voce in modo egregio».

Pochi giorni fa è andato in scena il suo Fiat lux a San Clemente.

«Il tutto è nato da un’idea di Francesco Gabellini, e vi abbiamo lavorato in tre, anche con Francesca Airaudo. Sul versante linguistico, abbiamo messo a confronto i nostri dialetti e miscelarli è interessante perché si evidenziano differenze ma anche analogie».

Progetti futuri? Poesia o teatro?

«Un libro di poesie che uscirà a breve, con prefazione di Clelia Martignoni, con l’editore LietoColle. Non è in dialetto ma in lingua ed è su Giuditta e Oloferne, cioè sull’archetipo femminile, che apre un dialogo tra il discorso più antico, quello biblico, e la modernità all’insegna della bellezza».

Prossimo appuntamento con Lingue di confine il 23 al Teatro degli Atti con Francesco Gabellini.

 

Info: 0541 704302

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