Sabato 03 Dicembre 2016 | 20:39

MUSICA

Gli archi di Santa Cecilia a Ravenna

Sul palco del teatro Alighieri il concerto organizzato dall'Angelo Mariani

Gli archi di Santa Cecilia a Ravenna

RAVENNA. È a ritmi serrati che Ravenna Musica detta i suoi appuntamenti: a soli due giorni dalla fascinazione del violoncello di Sol Gabetta, il cartellone organizzato dall’associazione “Angelo Mariani” prosegue questa sera alle 20.30 chiamando sul palcoscenico del teatro Alighieri gli Archi dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, diretti da Luigi Piovano. Dunque, ancora ospiti illustri, perché si tratta di una formazione che nasce in seno ad una delle più prestigiose realtà musicali italiane – attiva in tournée nei maggiori teatri del mondo e, nel versante discografico, legata all’etichetta Emi Classics, nel cui catalogo spiccano le recenti interpretazioni affidate alla direzione di Antonio Pappano –, e che testimonia come all’interno della grande orchestra sia fondamentale la pratica cameristica. Sono diverse le formazioni da camera in cui si articola l’orchestra romana, ma in particolare il complesso d’archi ha preso forma stabile sotto la direzione del loro primo violoncello solista, appunto Luigi Piovano, lo scorso anno, dopo l’inequivocabile successo riscosso all’auditorium Parco della musica eseguendo musiche di Schubert (poi incise). Ed è proprio Franz Schubert il vero punto di forza e di attrazione del concerto di questa sera. Infatti, dopo l’eleganza della “Serenade for Strings” op. 20, pagina giovanile dell’inglese Edward Elgar, l’ensemble d’archi propone al pubblico ravennate una delle opere cardine del romanticismo ottocentesco: il celebre Quartetto “La morte e la fanciulla”, naturalmente nella trascrizione per orchestra d’archi elaborata da Gustav Mahler. Una composizione che affonda le radici in un tema iconografico diffuso fin dal Medioevo, che il poeta Matthias Claudius trasformò in un dialogo in versi, al termine del quale la fanciulla, terrorizzata, si abbandona all’abbraccio di un mostruoso scheletro. Insomma, una meditazione su Eros e Thanatos sulla quale Schubert compose nel 1817 il Lied omonimo, anch’esso uno dei capolavori assoluti della tradizione lirica tedesca, che poi riprese, nove anni più tardi, trasformandolo nel Quartetto in re minore e intensificando il confronto drammatico con toni quasi sinfonici. Tanto da rendere quasi naturale l’ampliamento di organico previsto dalla trascrizione mahleriana, che ne lascia intatta la facilità melodica e l’aura malinconica.

Info: 0544 39837 www.angelomariani.org

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