MADDALENA CRIPPA

«Nei panni di Riccardo sono un vero uomo»

Da stasera al Bonci diretta da Peter Stein: «Oggi con Shakespeare ci si prendono tante libertà: nelle traduzioni, nelle semplificazioni, si rischia di privarlo della sua grandezza»

di CLAUDIA ROCCHI

30/11/2017 - 13:18

«Nei panni di Riccardo sono un vero uomo»

CESENA. Il cartellone del Bonci si apre stasera alle 21 con un classico di Shakespeare, fra i suoi testi meno rappresentati. È Riccardo II, secondo dei 12 drammi storici dell’autore; datato 1595, racconta del re Riccardo II d’Inghilterra, ultimo dei Plantageneti (1367- 1400). La produzione è firmata da Peter Stein, regista tedesco ma italiano d’adozione, dedito a imprese di grande teatro. Memorabili i suoi Demoni al Ravenna festival 2010. Al Bonci nel 2003 presentò Pentesilea che fra i protagonisti aveva Maddalena Crippa, di nuovo prima donna stasera.

Crippa è Riccardo II in un cast di quindici interpreti, alcuni anche in ruoli doppi. La traduzione è di Alessandro Serpieri, scomparso quest’anno. Stein ha celebrato i suoi primi 80 anni tornando a una produzione sontuosa (pure nel suo stile preciso e pulito) che acquista un valore intrigante con l’interpretazione al maschile di Crippa. Un progetto che il regista covava da tre lustri; da quando cioè, direttore del Festival di Salisburgo, ospitò il Riccardo II dell’inglese Deborah Warner interpretato dall’attrice Fiona Shaw. Al femminile intuì che il testo poteva sfoggiare meglio le sue potenzialità. Quelle di un re salito al trono bambino (a 10 anni), cresciuto mal consigliato, despota potente, impulsivo, bisessuale, odiato da tutti e delegittimato dal potere. Ma che, proprio nel momento della sua caduta, farà emergere la sua grandezza.

È così Maddalena?

«Amo Riccardo – risponde – perché dal massimo della sua potenza precipita in una discesa verticale attraverso la quale comprende la vita. Diventa molto toccante, vero, umano, acquista straordinaria consapevolezza, con la sua umiliazione si dimostra alla fine un vero e grande re. Superfluo aggiungere che è un ruolo difficilissimo».

Non è però il suo primo ruolo maschile, pensiamo al “Trionfo dell’amore” di Marivaux.

«Le mie esperienze in ruoli maschili riguardavano donne che si travestivano da uomo, qui invece faccio l’uomo; non è “famolo strano”, qui sono un attore, e l’interpretazione non gioca sul fatto che sono donna. È una specie di par condicio: al tempo di Shakespeare i ruoli femminili erano recitati da uomini. Ma è solo una possibilità d’attrice, non c’è un secondo fine se non quello di dare vita a un personaggio strano, poco rappresentato, molto austero rispetto ai testi più noti del Bardo».

E come ci siete arrivati?

«La lingua è il nostro riferimento, la grande arte è di seguire la lingua, non fare l’istrione per fare sensazione. Il mio è un lavoro estremamente interiore; non è un testo di azione, gioco sull’essere umano, uso la mia voce bassa. Perciò non ci sono arrivata dall’esterno, perché nella realtà non sono un uomo, ma contornata da uomini veri sul palco. È molto faticoso emotivamente».

Come l’ha guidata Peter Stein?

«Peter è al servizio del testo e dell'autore, perché in questo spettacolo non ci sono effetti né artifici di nessun tipo; c’è solo la parola. Il lavoro straordinario, che richiede grandissima arte, è di riuscire a possedere il testo appieno e di usarlo come un’arma per convincere, distruggere, commuovere. Peter rispetta la costruzione di Shakespeare».

Sembra insomma di tornare a un “com’era, dov’era”.

«Oggi con Shakespeare ci si prendono tante libertà: nelle traduzioni, nelle semplificazioni, si rischia di privarlo della sua grandezza. Penso che questa nostra lingua così colloquiale ci abbia fatto perdere la possibilità di esprimere ciò che avviene dentro le nostre anime; Shakespeare invece con la sua lingua complessa esprime ciò che avviene dentro l’essere umano, questa è la sua contemporaneità».

Come conquistò Peter Stein? È un uomo che incute soggezione.

«Subii anch’io una po’ di soggezione, ma dopo 5 minuti pensai: questo è l’uomo mio. Ma era come pensare di andare col Papa; era sposato, non voleva lavorare in Italia, non flirtava come la maggior parte degli italiani, il mio era un pensiero folle. Quando venne in Italia nel 1989 per il suo Tito Andronico, che interpretai, gli tesi la trappola e ci mettemmo insieme».

E oggi lo siete ancora, nella vostra tenuta in Umbria dove fate l’olio.

«Peter è una persona di generosità e umanità incredibili, è un valore grande il rapporto con lui, non tanto nel lavoro, quanto nella vita. Da 28 anni siamo insieme, ne abbiamo viste di cose passare, ma le cose che valgono nella nostra breve vita sono poche, lui è una di queste».

Venerdì alle 17.30 incontro con gli attori, si replica fino a domenica. Info: 0547 355959

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