ARTE "NOSTRANA"

Le canocchie adriatiche tra chele, carte e pennelli

Da Nicola Levoli a Demos Bonini, il crostaceo rientra fra i soggetti numerose nature morte

di SERGIO SERMASI

27/11/2017 - 11:11

Le canocchie adriatiche tra chele, carte e pennelli

Maceo Casadei "Canocchie", 1950, Pinacoteca comunale Forlì

Inizia la stagione delle canocchie. La Squilla mantis di Carlo Linneo per le chele che assomigliano a quelle della mantide, è uno dei crostacei con più antica tradizione gastronomica nelle mense adriatiche, molto apprezzato soprattutto nei mesi invernali, quando, preparandosi alla riproduzione, è particolarmente pieno e spesso racchiude la “cera”, le uova che diventano rosso-arancione con la cottura.

Il dramma della canocchia è che si disidrata rapidamente spolpandosi e perdendo consistenza per cui deve arrivare sui banchi di vendita possibilmente viva. In questi giorni è possibile vederne grandi quantità che si contorcono nelle cassette dimostrando così la loro “freschezza”. Gioia per i compratori e soddisfazione per i venditori: nessuna pietà invece… par la canòcia. Forse, se le canocchie e altri crostacei meno comuni sui nostri banchi come le aragoste oppure le anguille, anch’esse dure a morire, avessero un minimo apparato fonetico, con le loro grida renderebbero meno attraente la compravendita e troverebbero più facilmente il rispetto degli uomini.

Questo crostaceo rientra fra i soggetti di numerose nature morte, fra le quali le pregevoli composizioni del frate agostiniano Nicola Levoli (Rimini 1728-1801) che le dipinge con straordinaria maestria e precisione fra i pesci e i molluschi dell’Adriatico. Maceo Casadei (Forlì 1899-1992) le pone al centro della sua tempera del 1950, mettendone in evidenza la forma allungata dominata all’ingannevole coda dove spiccano le due macchie violacee e i colori, dal bianco madreperlaceo al verde chiaro, al grigio, al blu, con riflessi dal rosa all’azzurro, al viola.

Colori che si ritrovano nella piccola tavola di Felice Bertozzi (Rimini 1915-1994), dipinta nel suo stile fatto di brillanti geometrie cromatiche che riportano agli insegnamenti di Emo Curugnani: due canocchie in compagnia di due sardoni su un foglio di carta gialla.

La stessa carta sulla quale Giovanni Sesto Menghi (Rimini 1907-Longiano 1990) dispone un bel “brodetto” fatto di pescato fresco polemicamente in contrasto con quello congelato. Ormai lontano dalla lezione depisisiana, dipinge con sobrio e personale realismo, alcune canocchie, un paio di cozze, una seppia, una triglia, due scorfanetti, uno sgombro e una mazzola. Meno bella e consistente di quella raffigurata da Demos Bonini (Rimini 1915-1991) nel contesto di un proprio “brodetto” di chiara marca guttusiana, fatta di segni forti con vuoti e pieni di colore, senza trasparenze.

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