MICHELA MARZANO

L'amore degli altri non basta. Perché ognuno si salva da solo

La filosofa ospite questa sera al cinema teatro Astra di Misano

di ANNA BATTISTINI

24/11/2017 - 12:00

L'amore degli altri non basta. Perché ognuno si salva da solo

MISANO. L’amore, il desiderio di essere accolti, la paura di essere abbandonati. Il dolore, la rabbia: l’amore che viene, che va, che resta anche quando l’altro, o l’altra, non c’è più. Tema complesso, questo: ad approfondirlo ci penserà Michela Marzano – docente di Filosofia morale e direttrice del Dipartimento di Scienze sociali all’Università Paris V “René Descartes” – ospite questa sera alle 21 al cinema teatro Astra di Misano dell’ultimo appuntamento della rassegna “Terre del futuro”.

Con l’autrice di L’amore che mi resta (Einaudi, 2017), il suo ultimo lavoro in cui affronta il dolore di una madre che perde la figlia, cerchiamo di capire qualcosa di più sulla forza e l’intensità di questo sentimento e perché è così importante fare pace con ciò che non si ha e con ciò che non si è.

Marzano, su quale amore si concentrerà il suo intervento?

«Vorrei partire dal mio ultimo libro che indaga quello materno per poi ampliare l’argomento. Un’attrice leggerà un passaggio del romanzo in cui la madre, durante la rielaborazione del lutto (la figlia muore suicida, ndr) inizia a rendersi conto che il suo errore è stato quello di immaginare che il proprio amore avrebbe potuto riparare e salvare la storia di sua figlia. In realtà l’amore, necessario per la vita di ognuno di noi, non può riparare la nostra storia. A differenza di ciò che recita il titolo del bel romanzo di Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo, quello che cercherò di spiegare è che in realtà ognuno si salva da solo, anche se la presenza di una persona accanto ci aiuta e ci accompagna nel processo che mettiamo in pratica per ricostruirci. Ecco, questo sarà il punto di partenza per poi approfondire alcune caratteristiche di questo sentimento e capire cosa si intenda realmente per amore».

Proviamoci: che cos’è l’amore?

«La sua grandezza sta nel fatto che ci regala un sentimento di libertà: essere noi stessi. Il senso dell’amore è il riconoscimento di ciò che siamo e non di ciò che dovremmo essere nel tentativo di corrispondere all’aspettativa altrui. Non è facile, perché chi è capace di riconoscerci e accettarci esattamente per quello che siamo? Lo sono forse i genitori? Non sempre. Anche loro talvolta, nel momento in cui accolgono un figlio, hanno già un’idea precisa di quello a cui vorrebbero corrispondesse. È difficile che l’abbia il compagno o la compagna, perché anche loro crescono condizionati dalle idealizzazioni. Fino a quando saremo prigionieri delle aspettative, l’amore ci passerà accanto».

Si può arrivare a questa consapevolezza? In fondo tutti siamo condizionati dalle aspettative altrui e ci “adeguiamo” per paura di non essere accettati.

«Vero, però finché non si arriverà a quel punto, non possiamo parlare d’amore. Possono essere sentimenti forti, ma è altro. L’amore o c’è o non c’è. Ed è sbagliato cercare di essere esattamente come gli altri vorrebbero che fossimo per ottenerlo: non è un merito. Finché non usciamo da questa “strategia” , cos’è non lo sapremo mai. Ecco perché è raro. Però esiste, specie quando ci si libera dalle sovrastrutture».

Fosse facile: qualche consiglio?

«Ci si arriva nel momento in cui si ha consapevolezza del proprio valore, quando si smette di cercare il giudizio altrui, quel “sei bravo”, “sei ok” che tante volte chiediamo a chi ci sta accanto. Chi ama non chiede all’altro di essere diverso da ciò che è».

Madri, padri, figli, coppie: l’equilibrio parte sempre dall’accettazione dell’altro?

«Diciamo che è fondamentale l’accettazione della separazione, capire che la persona che amiamo – un figlio, una madre, un compagno – sono altro rispetto a noi. Questa è la sfida più grande, accettare l’alterità altrui. Viviamo in un’epoca in cui tendiamo a ricondurre tutto all’identico, cioè a noi stessi: facciamo tanto affinché l’altro si conformi alle nostre aspettative, ma agendo così distruggiamo la possibilità stessa dell’amore. Accade anche per i genitori che cercano sempre di essere perfetti, di voler dare tutto e al tempo stesso pretendere tutto dai figli: bisognerebbe talvolta ricordarsi le parole dello psichiatra Donald Winnicott, il quale dice che i genitori dovrebbero accontentarsi di essere sufficientemente buoni. Nel momento in cui lo faranno, anche la relazione con i figli sarà molto più semplice e permetterà il reciproco riconoscimento».

Nel suo ultimo libro la protagonista, dopo una lunga rielaborazione del lutto, ritorna alla vita perché comprende che non tutto è perduto. Succede così anche quando si rompe una relazione?

«Sì, perché resta l’amore. La perdita della persona amata non è la perdita dell’amore, perché questo, se è vero, dura per sempre. È importante distinguerlo dalla passione, che finisce. L’amore no, perché se ci dà la libertà di essere noi stessi, attraverso esso ci costruiamo. Siamo diventati quello che siamo anche grazie a chi ci ha amato. Nel romanzo, la mamma comprenderà che ha perso sì la figlia, ma non quello che è diventata con lei. E da quello riparte».

A proposito di amore e possesso: domani si celebra la Giornata contro la violenza sulle donne. Lanciamo un appello?

«Nel momento in cui si mette in atto una manifestazione di violenza nei confronti di quello che si immagina essere l’oggetto d’amore, significa che quella persona non è amata. Questo è il punto: spiegare e trasmettere la differenza tra possesso e amore. Quest’ultimo esiste indipendentemente dal fatto che l’altro sia o meno accanto a noi. Quando si parla di possesso, invece, la persona si trasforma in un semplice oggetto da avere sempre a disposizione e tante volte la violenza si scatena perché non si sopporta che l’altro possa allontanarsi».

Si può “educare” al rispetto?

«Sì, certo, attraverso due tipi di insegnamento. Il primo è spiegare che nessuna persona ci appartiene: essendo dotata di valore intrinseco e di dignità, sfugge al controllo per definizione. L’errore di base è pensare che l’altro possa essere una cosa. Il secondo insegnamento riguarda sé stessi; questi gesti di violenza si scatenano perché a volte ci si sente persi e privati del proprio valore quando una persona se ne va. Si stratta quindi di insegnare il valore che abbiamo, che c’è indipendente dalla presenza altrui. Infine c’è da dire che alcuni uomini agiscono male perché sono estremamente insicuri: perdendo l’altro, hanno così paura di perdere sé stessi che preferiscono distruggere piuttosto che vivere la frustrazione della perdita».

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