BOBO RONDELLI

«Sono un raccatta storie
mi ci trovo in mezzo e le vivo»

Il livornese questa sera in concerto al Vidia di Cesena per presentare il suo nuovo album “Anime storte”

«Sono un raccatta storie mi ci trovo in mezzo e le vivo»


CESENA. Racconti di persone semplici, ingolfate di amicizie social, ma in realtà sempre più sole. A due anni di distanza dal celebrato “Come i carnevali”, seguito dal tributo a Piero Ciampi uscito lo scorso anno, il cantautore livornese Bobo Rondelli torna con il nuovo album “Anime storte” (The Cage/Sony Music Italy), anticipato dal singolo “Soli”. Un passato irriverente nell’Ottavo Padiglione, oggi padre attento di due figli, il cantautore con questo disco racconta una volta di più la sua passione per la musica, quella fuori dagli schemi, che punta dritto al cuore. Rondelli, attualmente impegnato con il tour, farà tappa al Vidia club di Cesena sabato 18 novembre dalle 22.30. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare di questo nuovo lavoro.
Rondelli, lei ha sempre sostenuto che una canzone nasce quando si sente la necessità di raccontare qualcosa. Sentiva la necessità di parlare d’amore?
«Mi piace sempre raccontare l’amore, resta il prodotto più venduto».


Cos’è per lei l’amore?
«Difficile dirlo. L’amore cambia, evolve è qualcosa che dà e toglie e sicuramente ti consuma. A volte esiste, a volte no. Dipende molto anche dal momento in cui si sta vivendo una storia, se è all’inizio o alla fine. L’amore è tutto, ma con l’amore si rischia anche di finire al macello».

È più facile trovare ispirazione quando una storia finisce?
«L’amore in un dato momento lo racconti in un modo, in un altro momento in modo diverso. Forse durante la fase di innamoramento si pensa ad altro, si gioca. Si torna un po’ al nostro istinto animale con un bel chi se ne frega di tutto il resto. Vivere l’amore è molto meglio che leggere i romanzi o ascoltare una canzone. L’altra persona diventa il romanzo o la canzone, che ti permette di uscire dalla rotta segnata».


Riusciamo ancora ad ammalarci d’amore, oltre la solitudine e la diffidenza, nonostante il periodo che stiamo vivendo?
«Alla fine è necessario, per trovare un po’ di felicità. L’amore è un bisogno, una droga necessaria. Forse è più difficile innamorarsi nelle grandi città, dove prevale la paura di soffrire, di far soffrire. Nella provincia, invece, si gioca più d’azzardo, si punta al “per sempre”. Amare è l’infinito del verbo per sempre».


Anche in questo lavoro non manca un tributo alla sua città. Senza Livorno come sarebbero state le sue canzoni?
«C’è questa sorta di attaccamento nei confronti di Livorno. Qui ci sono gli amici, le osterie, delle belle persone. Mi piace perché è una città storicamente multirazziale, fondata su tante culture diverse. L’ironia e l’autoironia popolare sono intrinseche a questa cultura. Forse il mio senso di non appartenenza riesce a farmi vedere il bello di Livorno, io stesso non ho radici qui, ho radici emiliane. E il sentirsi tra virgolette un escluso ti permette di osservare di più la realtà. Le città di provincia e di mare poi sono più affini alla poetica sull’amore. Basti pensare a Fellini e alla sua Rimini».


L’ironia, talvolta anche dissacrante è una sorta di filo conduttore della sua vita e delle sue canzoni. Ha sempre fatto parte di lei o è un’attitudine che ha sentito la necessità di affinare anche per far fronte alle difficoltà?
«L’ironia e soprattutto l’autoironia sono necessarie per non prendersi troppo sul serio. Chi si prende troppo sul serio di solito mi annoia. Prendersi sul serio, implica vivere nella paura e nella costrizione, in fondo, se ci pensiamo è un atto di enorme vanità. L’essere ironici ci rende liberi dalla maschera di noi stessi. Saper ridere e sorridere ti porta, per esempio, anche ad avvicinarti ad altri popoli. Se sorridi insieme a uno straniero hai modo di sentirti più vicino a lui. Di instaurare una complicità».


“Quanta gente sola che si fa una foto per non sentire il vuoto”, nel singolo "Soli" critica il mondo social. Tra un selfie e l’altro si rasenta l’alienazione?
«È un po’ una febbre, una malattia, quella di mettersi a chattare in continuazione. Si rischia di perdere il senso di comunità e di appartenenza. Si affidano all’ etere pensieri vacui. Mi sembra tutta un’illusione. Certo online si possono fare anche begli incontri, ma tra i social mi sembra che regni perlopiù la follia, la stupidità. Si vuole lapidare il prossimo, senza il minimo pudore».


Non è un cantautore social quindi?
«Un po’ lo sono. Per chi suona a volte è bello comunicare con il pubblico, far ascoltare una canzone. Non mi dà soddisfazione comunque conoscere gente su internet, quando non ci si guarda negli occhi è più facile ingannarsi».


La collaborazione con Andrea Appino (Zen Circus) in che modo ha inciso su questo lavoro?
«Siamo amici da tempo ed è molto bravo con gli arrangiamenti. Il suo contributo mi ha permesso di trasformare il mio “vecchio” suono in chiave più elettronica prima maniera. Ne è uscito fuori un misto tra canzone tradizionale italiana e sonorità ritmiche di impronta ambient».


È soddisfatto di questo lavoro?
«Sono contento se piace agli altri. Non deve piacere a me, ma a chi mi segue. Nel momento in cui pubblichi un album, dopo averci lavorato per molto tempo, ti senti già da un’altra parte. Però è un disco in cui sicuramente mi posso rispecchiare».


Si sente più poeta o cantautore?
«Mi definisco un raccatta storie, mi ci trovo nel mezzo e le vivo. Sono il romanzo di me stesso».

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