Mercoledì 22 Novembre 2017 | 19:28

INTERVISTA

«No all'interventismo sulle lingue
Lasciamole vivere e morire in pace»

Alfredo Stussi riceverà a Cesenatico il 28 ottobre il Premio Moretti

«No all'interventismo sulle lingue lasciamole vivere e morire in pace»

La pergamena ravennate


CESENATICO. Premio Moretti alla carriera: il riconoscimento assegnato da Casa Moretti di Cesenatico è andato quest'anno all'unanimità ad Alfredo Stussi, professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, uno dei maggiori filologi e storici della lingua e della letteratura italiana antica e moderna. Il riconoscimento, che per la Filologia è andato a Emilio Torchio e per la Storia e critica letteraria a Elisa Donzelli, verrà consegnato il 28 ottobre alle 18 nel teatro Comunale di Cesenatico.


Ma perché un insigne filologo della produzione in lingua si rivolge alla poesia in dialetto?


«Avevo scoperto Tonino Guerra grazie alla raccolta I bu' cui m'aveva indirizzato Contini, autore dell'introduzione. Ero stato affascinato dalla presenza di brevi testi scabri dove eventi minimi venivano illuminati d'una grande forza emotiva. Lo conobbi poi nel corso del seminario “Tonino Guerra e la poesia romagnola” organizzato a Santarcangelo nel 1973 da Rina Macrelli. Inoltre Guerra, come Lello Baldini, era molto legato alla famiglia Campana (il santarcangiolese Augusto Campana, filologo e paleografo, fu fondatore della Società di studi romagnoli, ndr) e mi capitò di incontralo spesso a casa loro. C'è lui insomma all'inizio del mio interesse per la poesia romagnola».


C’è a suo parere una Romagna più fertile per la produzione poetica?


«Senza dubbio a Santarcangelo si è avuta una straordinaria fioritura di poesia d'alto livello, da Guerra a Baldini a Pedretti e poi ancora a Gianni Fucci e altri, anche se ormai mi mancano sia il tempo sia le forze per dedicarmi, come facevo una volta, a studi disparati. C'è poi una giornale come La ludla – pubblicato dall’associazione Schürr, con sede a Santo Stefano di Ravenna, ndr – che stimola la produzione in dialetto e dove spesso vengono pubblicati versi di ottimo livello».


Uno degli autori a cui ha dedicato studi e attenzione è Nino Pedretti, per il cui libro “Al vòuşi” ha anche scritto la prefazione.


«Pedretti era una cara persona della quale mi avevano colpito la timidezza e la tormentosa riflessione sulla vita e sul mondo. Purtroppo è scomparso troppo presto perché avessi modo di approfondire un rapporto che era nato all'insegna della reciproca, immediata simpatia».


Ma qual è lo stato di salute attuale delle lingue locali italiane?


«Godono un po' tutte, e in particolare quelle romagnole, di notevole vitalità anche se, di generazione in generazione, la loro purezza viene contaminata dell'italiano. Quando vado a Venezia sento parlare in veneziano gondolieri, impiegati di banca, professori universitari, e mi sembra un fatto positivo, perché si tratta di vitalità naturale, non artificiale come succederebbe se avessero successo le sconsiderate aspirazioni a imporre l'uso delle lingue locali dovunque, dalla scuola alla burocrazia».


Il suo nome è anche legato a una scoperta clamorosa relativa a una pergamena ravennate.


«In realtà, nelle sue esplorazioni di archivi e biblioteche, Augusto Campana aveva fatto importanti scoperte sulle quali manteneva un geloso riserbo perché contava di darne notizia scrivendo appositi articoli, ma purtroppo morì prima di realizzare interamente i suoi programmi. Ciò capitò anche per una antichissima poesia in volgare. Poi, durante un convegno in sua memoria, don Giovanni Montanari, direttore dell'Archivio arcivescovile di Ravenna, accennò a una poesia scopertavi da Campana. Sobbalzai perché capii subito l'importanza della notizia, e fu così che, per un caso fortunato, nel 1999 riuscii a pubblicare, salvandola dall'oblio, la più antica poesia amorosa della letteratura italiana (quella “Quando eu stava in le tu’ cathene”, ndr), anteriore, tanto per intenderci, alla Scuola poetica siciliana. La sua collocazione presenta ancora molti tratti oscuri: potrebbe essere proprio ravennate, ma sugli antichi volgari romagnoli siamo poco e male informati. Occorrerebbe una sistematica esplorazione di archivi, ma oggi non tira aria per queste ricerche che sono lunghe, faticose e di esito incerto».


Augusto Campana, appunto: uno dei suoi “maestri”?


«Certamente, essendomi dedicato alla lingua e ai dialetti italiani, sono diventato allievo d'elezione di Campana, Contini e Dionisotti coi quali, come studioso, ho contratto un inestinguibile debito, come del resto ho scritto nel mio Maestri e amici».


Ma in un mondo in cui la koinè non è l’italiano, che valore ha lo studio della nostra lingua?


«Lo stesso dello studio della nostra storia politica, della storia dell'arte, della letteratura… Non dipende infatti dal fatto che l'italiano sia oggi marginale come strumento di comunicazione internazionale: questo risente della crisi globale della cultura umanistica, quindi, mal comune... Lo studio della lingua nazionale e lo studio delle lingue locali sono intrecciati, dato che la lingua nazionale è uno dei volgari antichi elevatosi a lingua comune in epoca molto recente. Quanto al resto, esistono, per esempio, vari dialetti veneti, non il dialetto veneto; una volta capito questo, molte strumentalizzazioni risultano insensate. Voler cambiare il corso della storia delle lingue nazionali o locali con editti, prescrizioni, obblighi è infatti come voler fermare il corso d'un fiume con uno stuzzicadenti. L'interventismo sulle lingue va ridotto al minimo, vanno lasciate vivere e morire in pace pur tenendo conto del fatto che le parlate locali fanno parte d'un patrimonio culturale, il quale, come tale, va tutelato, ma tramite consulenze competenti».


Il premio conferitole da Casa Moretti: qual è stata la sua reazione?
«Sorpresa, piacere ed emozione: in queste tre parole posso riassumere la mia reazione: ed essere premiato in Romagna da un'autorevole giuria rende la cosa ancor più gradita!».

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