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RIMINI

Una sosta all'"Hangover Hotel"

Inaugura al Museo della città la mostra di Cesare Baracca

Una sosta all'"Hangover Hotel"

RIMINI. Continua il percorso di Cesare Baracca nelle metropoli, tra le sue ombre e i suoi abitanti. Hangover Hotel è il titolo della personale che l’affermato artista lughese presenta da oggi (inaugurazione 17.30) al 31 marzo negli spazi prestigiosi del Museo della Città. «La città è dietro ai vetri, dodici piani sotto, impastata come la bocca alle quattro di notte», ha scritto in catalogo Massimo Pulini.

«Si direbbe che la postazione dello sguardo si trovi in uno di quegli alberghi in cui andavano a morire gli scrittori degli anni Cinquanta, i musicisti degli anni Settanta o gli attori degli anni Novanta…In realtà anche i temi più classici sono trattati da Cesare Baracca con spietata grevità, al punto che l’aulico e il dissoluto si trovano nello stesso abisso fangoso, di un frullatore casalingo. D’altro canto diventa ruvida pure una canzoncina da San Valentino se la si fa cantare a Tom Waits. Forse anche per la pittura è una questione di corde vocali».

Baracca, cosa si può trovare in questo Hangover Hotel?

«È un luogo immaginario, una sosta, un rifugio per tutti coloro che giorno dopo giorno divorano se stessi. Questa fantasia mi è arrivata dalla cantante americana Lydia Lunch, di cui sono fan affezionato, autrice del brano che porta lo stesso titolo».

La sua ricerca artistica è sempre in bilico tra inquieta aderenza al reale e l’esigenza di «rivelare il simbolico, l’oltreumano che risuona nelle profondità dell’essere individuale e collettivo»?

«Spesso la mia è una pittura di realtà dove si svolge, incarnata, l’allegoria».

Perché nella sezione denominata Underground Spleen, la scelta di riattualizzare la “melanconia decadente” dei suoi spazi urbani mediante l’impiego delle city webcam come: luoghi del nulla in cui tutto scorre, processi di videosorveglianza di derivazione carceraria, indicativi dell’attuale deriva biopolitica del potere moderno.

«Quando cominciai la serie Underground spleen, nel 2003, ero affascinato dalla possibilità datami dalle web cam di affacciarmi sulle metropoli e gettarvi il mio sguardo in tempo reale. Ma la cosa interessante è che non sono pensate per dare un’immagine estetica del paesaggio, e questo le rende assolutamente vergini da un punto di vista del loro utilizzo artistico. Sono un contenitore vuoto, leggero. Il fatto che sovente vengano collocate in alto, le dona una squisita e malinconica lontananza dal mondo, con prospettive a volo d’uccello che suggeriscono alla composizione forti tagli geometrici».

Un rapporto questo di Cesare Baracca, ha scritto il critico d’arte Lorenzo Mantile, di profonda adesione, che «risveglia il senso quasi magico che si cela dentro le cose e ce le fa apparire, d’un tratto, più reali e autentiche».

‹‹La mia poetica – aggiunge l’artista lughese – segue un’autobiografia interiore messa in opera da persone, ambienti e situazioni reali o che si propongono come tali. Il confine tra reale e ideale, sogno, mito è abbattuto».

Perché ha scelto nel terzo gruppo di lavori in mostra, di tornare al suo senso tragico e inquietante del mito, che «sovrintende al rovinoso crollo degli edifici sui quali cala una coltre cinerea», facendolo diventare anche doloroso richiamo all’attualità del nostro tempo, come in Brucia la Grecia?

«Le divinità, il mondo antico, non svuotato di senso, come il nostro piccolo mondo laico, partecipano, si fanno veicolo della rabbia dei popoli o dei singoli, assolvono il loro compito vendicativo. Sugli edifici incendiati soffia il suo vento di rivolta».

Marcello Tosi

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