Martedì 06 Dicembre 2016 | 06:44

L'INTERVISTA

Il discorso di "re" Barbareschi

Da questa sera al 2 marzo in scena al teatro Ebe Stignani di Imola l'originale pièce

di CLAUDIA ROCCHI

IMOLA. Sul palcoscenico del teatro “Ebe Stignani” di Imola risuona con fragore “Il discorso del re”, nella messa in scena di Luca Barbareschi, produttore, regista e protagonista nel ruolo del logopedista, con Filippo Dini in quello di Re Giorgio VI. Re chiamato a guidare le sorti dell’Inghilterra (fu in carica dal dicembre 1936 al 15 agosto 1947) ma oppresso dalla balbuzie. Lo spettacolo va in scena da questo martedì alle 21 a domenica 2 marzo. L’autore è l’inglese David Seidler vincitore dell’Oscar per la sceneggiatura del film omonimo del 2010, con Colin Firth nel ruolo del re e Geoffrey Rush in quello del logopedista Lionel Logue. Gli altri interpreti qui sono Ruggero Cara (Winston Churcill, ruolo per cui è stato premiato), Chiara Claudi (Myrtle), Roberto Mantovani (Cosmo Lang), Astrid Meloni (la moglie Elisabeth), Giancarlo Previati (Re Giorgio V e Stanley Baldwin), Mauro Santopietro (David). Le scene sono di Massimiliano Nocente, i costumi di Andrea Viotti, luci di Iuraj Saleri, musiche originali di Marco Zurzolo.

Il plot racconta del successore di Re Giorgio V, il primogenito Edoardo. Ma per amore di una donna americana divorziata né nobile, il nuovo re abdica dopo un anno. Il secondogenito Albert (Bertie) dovrà prendere il suo posto, ma la balbuzie lo ostacola. Riuscirà a “salvarlo” un logopedista dai metodi anticonformisti.

La curiosità di questa produzione sta nell’essere stata concepita come scrittura teatrale da Seidler nato nel 1937, ma arrivata prima al cinema. Non solo; Seidler l’avrebbe offerta proprio a lei, Barbareschi. Ma è andata così?

«Sì . Lo sceneggiatore aveva scritto anni fa questo testo tenuto nel cassetto. Me lo aveva proposto anni fa. Non trovai però una relazione immediata col pubblico e lasciai stare. Sempre allora pensammo anche al film, ma anche in questo caso avrei trovato difficoltà con le distribuzioni. Poi il film è stato prodotto e ora ho portato in scena l’originale».

Cosa cambia?

«La drammaturgia è più bella del film, proprio perché è nata per il teatro. È una bella storia sul senso di responsabilità, sull’etica; è anche uno spettacolo dove il teatro diviene un inno alla voce, al valore delle parole. Tema importante da svilupparsi dentro a un teatro. I dialoghi sono impostati su di una partitura dialettica incessante che richiama il potere all’importanza di usare parole giuste, argomento di grande attualità. Come allestimento ho cercato di costruire un grande spettacolo nella continuità dei miei “Amadeus” (grande successo anche in Romagna tra il ‘99 e il 2001) al precedente “Il gattopardo”».

Sorprende che il premio Oscar Seidler abbia consegnato a lei in persona e per primo il suo copione.

«Diciamo che nel mondo mi è riconosciuta una buona credibilità per aver prodotto testi importanti da Mamet a Shepard e poi Nigel Williams, Eric Bogosian, Ben Helton, fino ai recenti Tomasi di Lampedusa e Giorgio Gaber. Ma nessuno è profeta in patria anche in tivù, dove ho prodotto pure Olivetti».

Privilegia letteratura americana; non trova testi contemporanei anche fra gli autori italiani?

«La drammaturgia italiana pur migliorata in certi frangenti, non è per me ancora all’altezza dei drammaturghi inglesi. Si potrebbe fare di più se si smettesse questa consorteria italiana di politiche di scambi. Ma questo è un paesello per piccole bande e piccoli uomini dove solo a una piccola cricca è concessa la capacità di poter intrattenere il pubblico».

Sembra l’arringa di un uomo di destra sull’antica disputa artistica fra linguaggio culturale e puro intrattenimento. Dove sta la differenza?

«Questa crasi letteraria si dice show business. Ero a Venezia e pensavo alla differenza fra Venezia e Las Vegas. In un luogo brutto e desertico come Las Vegas hanno creato un’eccellenza nello spettacolo, dal Cirque du soleil alla migliore musica contemporanea, agli artisti più bravi, con tanto di alberghi e servizi, al più da contendere il primato a Broadway. Venezia è invece una città museale, morta, dove mancano spettacoli e manca l’eccellenza. Dove, per dirla con Joyce “facciamo vivere il cadavere della nonna morta”. Manca la capacità imprenditoriale del turismo e dello spettacolo. Si procede senza una visione. E poi bisogna smettere di dire che se non si è di sinistra non si può pensare; così facendo è la stessa sinistra a darsi la zappa sui piedi».

Cosa propone?

«È necessaria una dinamica imprenditoriale e a teatro smettere con le ingerenze e favorire la dinamica della meritocrazia. Il mio protagonista Filippo Dini è stato scelto con dei provini. Il nostro è un mestiere fatto per intrattenere il pubblico».

Info: 0542 602610

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