Martedì 22 Agosto 2017 | 07:30

IL LIBRO

Il velo, la solita vecchia storia di potere

Maria Giuseppina Muzzarelli presentare “A capo coperto. Storie di donne e di veli”

Il velo, la solita vecchia storia di potere

RAVENNA. Per gli incontri del mese di marzo organizzati dal Centro relazioni culturali del Comune di Ravenna, venerdì 3 marzo (ore 18) alla sala D’Attorre torna Maria Giuseppina Muzzarelli, esperta di Storia medievale e di storia della moda e del costume, per presentare il suo ultimo libro “A capo coperto. Storie di donne e di veli” (Il Mulino).
«Ho deciso di occuparmi del velo in Occidente – chiarisce la studiosa – anche per far capire ai giovani, che non lo ricordano, come solo poche generazioni fa si considerasse normale che le donne si coprissero il capo. Coprire il capo non è esclusivo della cultura musulmana, ma è tipico del Mediterraneo».
Cominciando dall’antichità…
«Certo: parlo infatti della Grecia, di Roma, poi del mondo cristiano, citando la “Lettera” di San Paolo ai Corinzi che raccomandava che le donne stessero a capo coperto in segno di modestia e di sottomissione, una posizione che poi si radicalizza con i Padri della Chiesa e in particolare con Tertulliano. Nel XIII secolo, la svolta: il cardinal Latino fa predicare nelle chiese l’obbligo della copertura del capo, ma da questo si deduce che le donne avevano iniziato a trascurarla».
L’iconografia medievale del resto mostra veli che più che “nascondere” valorizzano l’ovale del volto o lo sguardo femminile.
«E infatti nella “Cronica” di Salimbene de Adam leggiamo che al diktat del cardinale le donne di Bologna risposero ponendo sul capo “finissimi veli” che, invece di coprire, lasciavano vedere e attiravano lo sguardo: insomma, l’interpretazione assume il sapore di una vera resilienza».
La solita, vecchia storia di potere?
«Sì, ma con tutte le contraddittorietà del caso: coprire il capo doveva nascondere bellezza e potenzialità, ma in realtà le donne finivano per esaltare le proprie abilità costruendo sul velo solide carriere di artigiane: penso alle manifatture di Bologna, Venezia, Milano, in cui lavoravano in tante, un po’ come è successo con il burqini la cui inventrice, la stilista australiana Aheda Zanetti, è diventata ricca e famosa!».
Così quel capo che doveva nascondere ha attirato l’attenzione planetaria.
«Ed è capitato che la cultura islamica, che nega l’immagine, abbia fatto della donna velata un’icona… Ma al di là di questi paradossi, sono tanti i significati del velo: soglia tra fasi diverse della vita come avviene per la sposa o per la suora, “pubblicizzazione” di qualità. Fondamentale è sempre l’aspetto storico: chi non ricorda il fascino e l’eleganza del foulard, che negli anni Sessanta era emblema di libertà, di corse su macchine decappottabili? Oggi è pressoché scomparso, e i giovani pensano quindi che sia esclusivo delle musulmane: ma è importante riconoscere che fa parte della comune tradizione già dal XIV secolo».

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