Martedì 22 Agosto 2017 | 07:22

L'INTERVISTA

Beppe Fiorello e i fantasmi dimenticati di Portopalo

«Un naufragio del mare e dell’anima»

Beppe Fiorello e i  fantasmi dimenticati di Portopalo

Alessandro Pondi

RAVENNA. Dopo “L’angelo di Sarajevo” e “Io non mi arrendo”, Beppe Fiorello torna protagonista di una nuova miniserie sul filo dell’inchiesta di cui è anche coautore, “I fantasmi di Portopalo” in onda il 20 e 21 febbraio in prima serata su Rai 1, coprodotto da Raificton-Picomedia, in collaborazione con Ibla film, per la regia di Alessandro Angelini.
Un film civile, liberamente ispirato al libro scritto dal giornalista Giovanni Maria Bellu nel 2004, per raccontare una tragedia dimenticata: il naufragio di Portopalo, in Sicilia, in cui nel 1996 trovarono la morte 283 migranti. I pescatori che trovarono nelle reti scarpe, abiti e i corpi, non parlarono. Solo nel 2001 uno di loro, Salvo Lupo (Saro nel film, interpretato da Fiorello), ruppe il silenzio.

Con «“I fantasmi di Portopalo” – hanno detto gli autori in sede di presentazione – restituiamo la verità. È un film necessario».

Fiorello, trattando il tema delle tragedie della migrazioni, la cinematografia italiana negli ultimi anni ha avuto spesso un importante comito di denuncia. Lei ha sottolineato che «L’indifferenza generale – di questo, Saro è fermamente convinto – uccide due volte chi ha già perso la vita in mare».


«La storia di questo naufragio venne dimenticata per troppo tempo. Sentivo un grande interesse per questa vicenda. Il libro di Bellu l’ho letto e riletto e mi sembrava di dover cogliere l’ispirazione a raccontare per immagini come queste persone fossero rimaste sepolte in mare dopo aver portato con sé la speranza di una vita diversa. Vittime, alla stessa maniera in cui lo furono i pescatori. Un doppio naufragio del mare e dell’anima, nel trovarsi da soli. Le autorità locali non furono collaborative. Un pescatore sa che in mare esiste una sola legge, quella del soccorso. Qui per lungo tempo, per sopravvivere, perché con un’inchiesta le autorità avrebbero chiuso la zona di pesca, scelsero di non parlare, di non raccontare cosa succedeva quando tiravano su le reti. Quando abbiamo girato sul peschereccio la scena dei corpi finiti nelle reti che venivano rigettati in mare, c’era un silenzio irreale. I pescatori che ci accompagnavano avevano le lacrime agli occhi».


Non teme che quello delle migrazioni sia un argomento facile da strumentalizzare?


«Sono contrario alla gestione dell’immigrazione fatta di muri e blocchi. Non c’è una soluzione politica. L’emergenza migranti non è un problema, se gestita bene. Certo, se li lasciamo stipati nelle palestre, allora qualcuno può diventare braccio armato per spaccio e violenza. Non dobbiamo nasconderci dietro a un dito. La mafia si nutre dell’immigrazione e ne ha fatto diventare un business di altissimo livello e questa tragedia del 1996 è stato il “click” con cui la malavita ha capito che contrabbandare esseri umani è meglio che contrabbandare sigarette. Ma quello che stanno facendo i siciliani in termini di accoglienza è qualcosa che resterà nei libri di storia».


Come “L’angelo di Sarajevo”, ‹‹una storia di vita che si accende dove c’è la morte andando contro tutto e tutti…››.


«Sono vicende di morte e vita che hanno in comune dal punto di vista emotivo di farsi sentire il carico di un dolore che vive sulla pelle, che attrae inevitabilmente chi fa il nostro mestiere e crea una serie di riflessioni e di valori che si concatenano. Siamo un prodotto della vita e credo che in ognuno di noi sia nascosto un talento e una storia incredibile da raccontate».

Lo sceneggiatore ravennate: «Quel pescatore esempio di grande responsabilità»


RAVENNA. Salvatore Basile, Paolo Logli e Alessandro Pondi, quest’ultimo poliedrico autore ravennate, sono gli sceneggiatori con Beppe Fiorello de “I fantasmi di Portopalo”.


Pondi, perché vi è apparso emblematico il coraggio di denunciare del pescatore, così da volerlo trasporre in film?


‹‹Venne definito “naufragio fantasma” perché per molti anni né i giornali, né le istituzioni si interessarono di questo caso, mettendo addirittura in discussione che fosse realmente accaduto. Furono un centinaio di superstiti – abbandonati dai trafficanti su una spiaggia del Peloponneso e arrestati dalla polizia greca – a raccontare ciò che era accaduto sulle coste italiane, ma le nostre capitanerie di porto non riscontrando alcuna traccia di quel naufragio iniziarono a sospettare che i migranti arrestati avessero inventato tutto per impietosire l’opinione pubblica e avere così qualche possibilità in più di evitare l’espulsione››.


Cosa accadde invece?


‹‹Le tracce di quel naufragio le trovarono i pescatori di Portopalo e di Capo Passero, impigliate nelle loro reti. Salvatore Lupo era uno di loro, un pescatore che a differenza di tutti gli altri aveva deciso di rompere quel muro di omertà e di denunciare l’accaduto, sapendo che la sua vita, e quella della sua famiglia, non sarebbe più rimasta la stessa. Lupo per noi rappresenta il simbolo di come ogni cittadino debba assumersi la responsabilità di mettersi al servizio della società affinché questa possa essere migliore››.


In che maniera questa vicenda, come fu sottolineato da Bellu, indica "la necessità di ricostruire un contesto di valori"?


‹‹Ricostituire dei valori – dice l'altro sceneggiatore Paolo Logli – è un lavoro che inizia recuperando la memoria. Gran parte della nostra cultura, del nostro essere uomini civili, accoglienti, ed onesti si basa sulla capacità di ricordare. Le nostre radici, prima di tutto, i nostri valori. Ma anche gli errori, per non ripeterli. Le verità scomode. I nostri limiti, perché negarli é un modo per assolversi. Ricordare é un modo di crescere››. 

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