Domenica 22 Ottobre 2017 | 22:57

OLIVIERO TOSCANI

«Creatività? Non nominatela!
Oppure chiamatela Snaporaz»

L’intervista: il grande fotografo a Forlì per presentare il suo nuovo libro “Dire, fare, baciare”

«Creatività? Non nominatela!Oppure chiamatela Snaporaz»

Una celebre immagine di Toscani per Benetton

FORLÌ. A far discutere ci prova semplicemente gusto. Si capisce subito, basta aver scambiato due parole. Oliviero Toscani, il fotografo sempre contro, disturbatore con le sue immagini, poi con le sue parole scritte, o dette alla radio, mezzo che ama davvero e che pratica settimanalmente con la sua rubrica “Non sono obiettivo” il sabato mattina su Rai Uno, questa sera (martedì 13 dicembre) è a Forlì (ore 20.45 auditorium Cariromagna, via Flavio Biondo 16). Presenta il suo ultimo libro Dire, fare, baciare. La creatività è dall’altra parte del vento dove, manco a dirlo, spara a zero un po’ su tutto. Sulla melassa di una cultura post disneyana che ha impiastricciato e ucciso ogni innato senso di ribellione, sulla pigrizia, la “mammite” e la vanagloria degli italiani e di un Paese che non sa scrollarsi di dosso l’immobilismo. Che si vanta ancora, illuso, di qualcosa che ormai non avrebbe più: la creatività. E senza creatività non c’è cultura, senza cultura non c’è nemmeno industria e tutto stagna.

La creatività poi è certo un talento che però va allenato, e Toscani elenca nel suo libro anche parecchi esercizi da fare. Alcuni: fotografare un uovo cinquanta volte con luce differente, scrivere una lettera al proprio peggior prof per dirgli cosa non abbiamo fatto di quello che ci aveva raccomandato, passare un giorno a dar contro a tutti su Facebook, far finta di essere il direttore di un giornale e farlo come ci piace. Insomma: «dire fare, baciare», ovvero lavorarci su, animati da una buona dose di anarchia, coraggio e sovversione. Il “testamento”, invece, quello non serve: ognuno si faccia da sé, se è capace.

Il suo libro parla di creatività. Partendo da un presupposto: non nominarla, perché è un termine abusato che andrebbe soppresso. Perciò lei ne usa un altro, preso a prestito da Fellini: “Snaporaz” (il protagonista della “Città delle donne”), per indicare qualcosa che «dorme sepolta nel profondo» in ognuno, ma non esiste app che ne faciliti l’utilizzo.
«È come il sesso, più se ne parla, meno ce n’è. Sa chi è il vero creativo italiano? Lapo Elkann. Lui riassume in sé: familismo, la base del fallimento di ogni azienda italiana, erre moscia da ricco, voglia di essere diverso, ricchezza non prodotta ma ereditata. E se resta senza soldi cosa fa? Chiama a casa per farseli mandare!».


Fra le cose che secondo lei uccidono la creatività in Italia non a caso c’è anche «la mamma».
«Siamo un paese di mammoni viziati e senza coraggio. Dove le mamme accusano i maestri se i figli vanno male a scuola. In tv una volta ho detto che i bocconiani sono inaffidabili. Senta cosa mi ha scritto uno studente della Bocconi: dice che i bocconiani sono anche ragazzi che si alzano la mattina presto e studiano, che inseguono un sogno lasciando la casa lontana e la tranquillità familiare. Caz... ne parla come se fosse un sacrificio! Invece di considerarsi un privilegiato, maddai!».


Come se ne esce?
«Si cambia cominciando col rendersi conto di essere delle mezze seghe. L’Italia non conta nulla a livello mondiale. Nel mondo è come la Rimini degli anni Cinquanta per gli italiani. Ci si diverte, si mangia bene, si vive bene, ma nessuno la prende sul serio. Non produciamo nulla di culturale oggi, perciò i giovani vanno a Londra Berlino. Qua è tutto fermo e il nostro patrimonio antico, nemmeno di quello sappiamo che farcene, lo vandalizziamo ogni giorno. In Italia si viene a fare shopping, e basta».


Messa così, non dà alcuna speranza.
«Intanto smettiamola di darci delle arie. Abbiamo speso otto mesi a discutere di questo referendum per decidere se volevamo votare per il culo o per la merda e adesso spenderemo altri due mesi e mezzo per fare cosa? Oramai qua l’unica città che serve a qualcosa è Milano, tutte le altre città non servono a nulla, tutta provincia l’Italia. Siamo la Rimini d’Europa».

Beh, a Rimini non a caso lei c’è stato di recente e ci tornerà presto con un progetto nuovo.

«Certo, perché tornare a Rimini un senso ce l’ha: ci torno a immaginare. A fare fotografia applicata, il contrario della fotografia masturbazione estetica che fanno tutti. Verrò a febbraio, il 25 e il 26, per fare il primo di una serie di masterclass di fotografia. Venite e scrivetemi direttamente, per gli studenti ci saranno borse di studio. Saremo al Grand Hotel, poi ci sposteremo sulla spiaggia vuota, per fotografare una Rimini al contrario. La spiaggia vuota non la puoi documentare, la puoi solo immaginare».


Il mito felliniano che si perpetua.

«In Italia si viene ormai solo per conoscere la cultura che hanno prodotto i nostri nonni. E a Rimini con Fellini c’è stato un centro importantissimo di produzione di immaginazione. Rimini ha insegnato al mondo a divertirsi, senza Rimini non ci sarebbero state Ibiza e Miami. Solo che dopo gli anni Sessanta è entrata in crisi perché ha svenduto al resto del mondo la sua idea. Non ha sputo capitalizzarla, solo perché anche nelle amministrazioni noi non abbiamo mai avuto manager, ma solo piccoli ragionieri».


Insomma creativi all’orizzonte lei non ne vede. Ma se qualcuno definisce lei «creativo», come reagisce?«Intanto io non li cerco. Quanto a me, se mi danno del creativo dico di tenersi le parolacce per sé».


Allora un fotografo cos’è, uno che documenta, un artista?

«Un fotografo è un autore. Usa un mezzo per produrre qualcosa, come fa un calzolaio con la colla, la pelle, il martello. Usa le foto per raccontare una storia».


E usa la tecnologia, per cui lei non dichiara mai grande simpatia.

«Per carità, io la uso per lavorare, non posso essere contro la tecnologia. Ma sono contro la dipendenza da tecnologia. Tutti appiccicati a pc, computer tablet, smartphone, sempre connessi, come una droga».


Non solo lei ha detto che Facebook ha messo in ordine alfabetico tutti i cretini, ma ha anche affermato che tanto i social moriranno presto.

«I social sono asociali. E sì, come ogni cosa moriranno, oppure si evolveranno e diventeranno finalmente qualcosa di più interessante».


I giornali?

«Evolveranno per forza, la gente non legge più. Ma ve ne siete accorti? La lettura è qualcosa di troppo lento. Quello che conosciamo ormai lo conosciamo per immagini. La guerra, chi l’ha mai vista davvero? E il terrorismo, oppure Obama. Tutto o quasi lo abbiamo visto solo rappresentato, ma quasi mai con i nostri occhi».


Tutto nelle mani di chi produce e gestisce immagini.

«Una grande responsabilità, perché permette a chi non ha visto di immaginare quello che l’immagine ritrae».


Lei che è sempre così polemico e disincantato, per che cosa si emoziona?

«A guardare negli occhi delle persone e a quello che gli uomini fanno».

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