Sabato 03 Dicembre 2016 | 20:41

L'INTERVISTA

Alla ricerca della gioia di vivere

Vittorino Andreoli presenta il suo libro a Forlì: «Guardiamo il mondo in modo diverso»

Alla ricerca della gioia di vivere

FORLÌ. La gioia di vivere: sfrenata ricerca del piacere, spesso così irrealizzabile da essere citata in chiave ironica? Vittorino Andreoli ha intitolato proprio La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza, il libro di cui parlerà a Forlì, alla Settimana del buon vivere martedì 27 (ore 16.30) all’Auditorium Cariromagna in via Biondo Flavio 16 a Forlì.
«La prima premessa da fare – spiega lo psichiatra e scrittore – è che c’è grande differenza fra felicità e gioia, un termine quasi scomparso che io invece voglio “resuscitare”. Felicità infatti è una sensazione positiva da cui una persona è gratificata ma, finito lo stimolo, finisce a sua volta: riguarda quindi l’io ed è transeunte anche, se logicamente ci sono “gradi” diversi di felicità legati al singolo».
La gioia invece?
«La grande differenza è che riguarda il “noi”, si trasmette, dipende dall’altro e ha una dimensione continua. Del resto, come è possibile provare una sensazione piacevole se la relazione che si ha con le persone non funziona? O se si sa che una persona cara è in difficoltà? Mi piace pensare quindi che la gioia sia “corale”, e si possa identificare in quel “gaudium” di cui parlano i Salmi e lo stesso Vangelo».
La perfetta letizia…
«Io credo nella gioia, e mi piace definirmi un “infelice gioioso” anche perché penso che questo sentimento non riguardi solo le relazioni più strette, ma sia espansivo fino a una dimensione che abbraccia l’intera comunità: un sogno quanto mai necessario, in questo periodo…».
Infatti, quasi stupisce sentirne parlare.
«E non sa quanti mi abbiano chiesto come mai Andreoli, che per la sua professione spesso vive nella tragedia, parli di gioia. Ma appunto perché viviamo in un mondo terrifico, in una società che non mi piace, in cui c’è stato un profondo cambiamento nei comportamenti umani».
In quale direzione?
«Non positiva, evidentemente: i nostri modi di vivere nel mondo sono determinati dalla biologia, dalle esperienze, anche prenatali, che costruiscono la nostra personalità in continuo divenire, e un fattore importantissimo come l’ambiente relazionale. Negli ultimi anni è aumentato notevolmente il senso d’insoddisfazione, di “mal essere”: e io che vivo le esperienze quotidiane legate al mio lavoro, vedo che in chi mi contatta non c’è solo paura della malattia ma, piuttosto, l’aspirazione alla serenità, alla tranquillità».
Quindi cosa ci è successo?
«Non c’è stato un mutamento genetico, quindi ciò che veramente è cambiato è il clima ambientale».
Ma questo dipende da chi ci amministra? Da chi ha il potere di cambiare la società?
«Non voglio parlare di questo, però vedo che molti si comportano o vivono come se un futuro non ci fosse. Allora, per invertire questi processi, occorre che guardiamo il mondo in modo diverso, mutando, e mi rifaccio alle categorie kantiane, il nostro modo di rappresentazione della realtà».

Lei ha parlato anche della necessità di “cambiare occhiali.
«Sì: e proprio pensando a un vecchio, bellissimo libro di Karl Jaspers, Psicologia delle visioni del mondo nel mio La gioia di vivere studio la dicotomia fra “joie de vivre” e “fatica del vivere”, che sono tutte e due estremizzazioni e semplificazioni a cui molto spesso siamo indotti attraverso messaggi “semplici” e vecchi: ma pensi che si parla ancora di Berlusconi, di D’Alema…! Bisogna imparare, invece, o tornare a imparare, il valore dei “Nessuno”, che sono proprio quelli che possono cambiare il mondo. Se infatti trovo ancora qualche segno di umanesimo è proprio nelle “periferie”, nella provincia, lontano da internet, dalla stampa, dalla tivù, fra persone, loro sì, capaci di cambiare il mondo».
Anche una manifestazione come la “Settimana del Buon vivere” è lontana dalla dimensione dei “grandi eventi” ma cambia cose e persone.
«E alla sua base ha proprio quel senso della comunità di cui parlavo. Insomma, si può uscire da questa atmosfera, ma solo recuperando qualcosa che sembra desueto, o addirittura negativo, la gioia, appunto, la fragilità, di cui abbiamo bisogno, la dimensione del “piccolo”, quella del “dono” e del “per-dono”: tutte cose che non costano nulla, ma permettono, attraverso le relazioni che creano, di dare qualcosa di sé agli altri in un mutuo scambio che innesca processi virtuosi e vere inversioni di questa prospettiva senza futuro».