Sabato 10 Dicembre 2016 | 19:29

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CLAUDIO LONGHI

«Nel teatro la ricerca non è uno stile, è un’etica. Basta con le distinzioni»

Parla il nuovo direttore di Ert

«Nel teatro la ricerca non è uno stile, è un’etica. Basta con le distinzioni»

"ARTURO UI" FOTO DI MARCELLO NORBERTH

CESENA. Il regista Claudio Longhi dal 1 gennaio 2017 sarà il nuovo direttore artistico di Ert, Emilia Romagna Teatro Fondazione. Il suo nome fa seguito alla direzione ventennale di Pietro Valenti, in carica dal 1994. Longhi resterà alla direzione fino al 2020. Ert, con sede a Modena, dal 2015 è entrato nell’élite dei teatri nazionali; oggi dirige sette teatri; a Modena lo Storchi (dal 1991) e il Teatro delle Passioni (dal 1999); a Cesena il Bonci dal 2001, a Bologna l’Arena del Sole dal 2014. Si aggiungono i più piccoli Teatro delle Moline a Bologna, e quelli di Vignola e Castelfranco Emilia. Nasce come centro di produzione teatrale. Fra le produzioni si ricordano il festival Vie, il progetto europeo Prospero, molti spettacoli. Ha pure avviato due scuole di formazione, l’una diretta da Antonio Latella, l’altra da Claudio Longhi, che da anni è collaboratore di Ert.
Il neo direttore si racconta a poche ore dalla nomina.


Longhi, la sua nomina non è stata una sorpresa: la sua lunga collaborazione con Ert aveva reso il suo nome “papabile” per la direzione artistica.
«Ci ho provato perché ci speravo. Il giudizio lo daranno gli altri. Mi sento però in dovere di esprimere profonda gratitudine alla squadra straordinaria di Ert per la fiducia che mi è stata concessa».


Lei è regista e docente. Come si concilia la sua visione artistica con la gestione amministrativa che l’incarico di direttore comporta?
«Non sono due anime antitetiche; come disse Squarzina: “La regia non è un’estasi dello spirito, è un modo di produzione”. La componente pratico-amministrativa e quella estetico-registica sono due facce della stessa medaglia. Certo, un mestiere è quello di regista, un’altra cosa è fare il direttore. Ma nella mia vita molto articolata ho avuto anche una formazione da contabile (sorride, ndr). In questi anni ho sempre più privilegiato progetti che mischiavano componente artistica a organizzativa, con un’attenzione verso quest’ultima sempre più accentuata. Se ho deciso di candidarmi è perché sentivo che c’era un collegamento, una continuità con il mio percorso; su questo fronte sento di poter offrire un apporto al teatro italiano».


Ert privilegia il teatro di prosa contemporaneo. Alcune recenti produzioni hanno disorientato una parte di pubblico. Qual è il suo punto di vista?
«La prosa ottocentesca e borghese è sorpassata, violenta una natura intima del teatro. Già la tragedia greca era cantata e danzata. Anche nel teatro contemporaneo tale distinzione sta ricominciando a non avere più senso, si sta tornando a una indistinguibilità dei linguaggi. Come ci insegna il sociologo Bauman, viviamo nella “società liquida”, stiamo perdendo distinzioni, analisi, separazioni, per andare verso il flusso. È curioso dunque che il teatro, realtà di per sé mobile, mantenga ancora alcune distinzioni».


Come si porrà quindi davanti alla contaminazione dei linguaggi?
«Farò attenzione all’aspetto musicale e coreutico, non vissuto in modo antitetico, ma all’interno di un unico flusso che è il teatro».


E che cosa risponde al pubblico che dice di non capire il contemporaneo?
«La natura spiazzante delle proposte artistiche è sempre esistita; i quadri di Caravaggio, oggi classici, destavano sconcerto. Altrettanto Dante con “ed elli avea del cul fatto trombetta”. La nostra percezione cambia col tempo; ma la percezione disorientante c’è perché ci è troppo addosso. Da direttore, però, devo cercare di capire che cosa è buono e cosa no, per fare crescere il pubblico. Un pregiudizio che inquina la percezione di ciò che stiamo guardando è la ricerca intesa come uno stile. La ricerca non è uno stile, è un’etica, perché è un comportamento di ricerca del nuovo. Ciò detto, credo anch’io nel cosiddetto “messaggio”, ma so che l’opera d’arte è strumento per rinnovare la percezione».


Qual è dunque la sua visione di teatro?
«Fino a fine Ottocento esisteva un’idea di teatro unitaria, oggi quella idea è esplosa, non abbiamo un edificio teatrale perché non abbiamo un’idea di teatro ma decine contemporaneamente. Credo che l’atteggiamento più saggio sia di apertura e di dialogo».


La prima cosa che farà da direttore?
«Cercherò di cogliere quanto già esiste e condurre a compimento progetti avviati; ciò all’interno della mia visione fondata sul problema della (ri)costruzione del rapporto con il pubblico».

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